Adiós

28 Giugno 2017

Anno 2167, non ci resta più nulla da scoprire. Sappiamo solo che tra ventiquattr’ore il pianeta esploderà ed il governo ha deciso di organizzare una grande festa in collegamento con tutto il mondo. “Adiós” è il titolo molto semplice ed efficace.

Gli scienziati hanno dimostrato da decenni che oltre la morte non c’è nulla, che non vi sono inferni né tanto meno paradisi. Nulla. Reincarnazione o altri scenari, come un’unica anima universale o al contrario miliardi di realtà parallele e alternative, sono stati esclusi categoricamente dalla scienza. Mentre detto questo mio diario destinato al nulla, perché non vi sarà nessuno che lo potrà udire, sto riguardando sugli schermi virtuali le conclusioni date per indiscutibili alla fine del secolo scorso: non ci sono altri pianeti abitati, l’uomo e gli animali sono gli unici essere viventi, in un puntino microscopico che è la terra nella vastità silenziosa e sostanzialmente inutile della successione di galassie.

E da domani, se i calcoli degli scienziati si riveleranno esatti, resterà solo il nulla, qualcosa che neppure riusciamo a immaginare perché non riusciamo ad avere coscienza di un’immensità formata da centinaia di miliardi di galassie se non ci sarà più nessuno ad averne coscienza. Provo a pensarci: mi figuro l’esistente come una stanza senza fine vuota. E sarà così per sempre, perché secondo gli ultimi calcoli degli scienziati le possibilità che possa ricrearsi la vita in qualche altro pianeta sono infinitesimali.

E anche se tra cento miliardi di anni comparirà un batterio in chissà quale angolo dell’universo conterà qualcosa? Resterà solo la stanza vuota e silenziosa. Viene da ridere pensando alla fatica degli artisti, degli scrittori, dei poeti, dei musicisti, dei grandi pensatori, al tempo perso a difendere opere del passato come fossero preziose e imprescindibili. Saranno solo polvere, esploderanno con il resto del pianeta, non ci sarà nessuno a ricordarle, sarebbe cambiato qualcosa se quella toccante melodia non fosse mai stata composta, se il capolavoro dell’architettura fosse stato distrutto cinquant’anni fa per costruire un ipermercato, se il poeta che consideriamo fonte di ispirazione per tutti invece di scrivere avesse impegnato il suo tempo a ubriacarsi? Nulla, non sarebbe cambiato nulla, perché da domani sarà tutto distrutto e perduto e non ci sarà nessun essere vivente che potrà ricordare.

Ecco, penso ai condottieri del passato, ai politici, ai fondatori di stati che hanno impegnato le loro vite per farsi ricordare: ragazzi, ho una brutta notizia per voi, non ci sarà più nessuno a ricordarvi, né un uomo sulla terra, né un abitante di un qualche pianeta sconosciuto. Resterà solo la stanza vuota e forse, anzi sicuramente, la condizione naturale è quella, la presenza delle nostre vite è stata una trascurabile eccezione. Per anni il governo della terra si è chiesto se tenere segrete queste notizie: prima la dimostrazione che non c’è vita dopo la morte, poi la conclusione degli scienziati che non vi sono altri essere viventi nell’universo, infine la certezza che il pianeta sarebbe esploso e che malgrado i nostri progressi tecnologici non c’era nulla che potessimo fare per salvarci. Si temeva che la diffusione di queste informazioni avrebbe causato violenze, rivolte, anarchia, isteria. Era una preoccupazione comprensibile, invece è avvenuto tutto il contrario. Il numero dei crimini è crollato, le tensioni tra differenti territori sono sparite: prevalsero una sorta di rassegnazione, fatalismo, perfino sollievo. Gli esseri umani sono stanchi di lottare e l’idea che tutto finirà e non ci saranno né vinti né vincitori, ci ha cambiato, ci ha reso più indifferenti, ma in parte anche più tolleranti.

Amarna, la donna con cui ho convissuto per vent’anni e che poi ho lasciato senza darle spiegazioni, mi ha telefonato, mi ha spiegato che non ce l’ha più con me, che in fondo se deve finire così, con la terra che esplode, è inutile continuare a non parlarci. «Vieni con me alla festa?» mi ha chiesto. «Perché no?» le ho risposto. Forse faremo l’amore, ma poco importa. Ora siamo entrambi sotto la scritta “adiós”, insieme ad altri centomila, su un maxischermo proiettato nell’aria c’è una band che suona musica dell’inizio degli anni Duemila, la stessa immagine viene vista da miliardi di essere umani in moltissime piazze nel mondo. A un certo punto qualcuno, in un angolo della nostra piazza, comincia a fare il trenino, ballano e si muovono uno dietro all’altro come andava di moda in passato. Amarna mi guarda, io le rispondo: «Al diavolo, chi mai potrà prenderci in giro?». E ci uniamo anche noi al trenino. Domani ci sarà il boato della terra che esplode e poi una stanza vuota e silenziosa.