alessandro petrucci jazz

Alessandro Petrucci

30 Novembre 2018

Ti abbiamo sempre incontrato come membro di gruppi e band: come mai questa svolta solista?
In realtà, continuo a suonare e a collaborare con altri musicisti: se di svolta solista vogliamo parlare, dobbiamo farlo solo per ciò che concerne la dimensione compositiva. Avevo bisogno di espormi e mettermi a nudo come compositore più che come strumentista. Penso che la composizione sia un viaggio dentro me stesso, che spero mi dia modo di maturare anche come artista.

Nella tua bio c’è scritto: “Dal 2000, dunque, è jazz, solo jazz e sempre jazz“: che cosa vuole dire jazz per te?
Il jazz è opportunità! Non esiste una forma creativa e espressiva così malleabile e fluida. Chi si appropria del linguaggio e del retaggio jazzistico si riconosce, qualsiasi cosa faccia, e i limiti scompaiono, mentre l’orizzonte creativo si allarga enormemente. Credo che il potenziale di questo genere musicale sia solo in fase embrionale, nonostante pietre miliari siano già state poste. Il confronto con il passato è fonte di ispirazione continua, ma con lo sguardo sempre rivolto all’innovazione.

Nel 2014 lasci il tuo lavoro per dedicarti solo alla musica: cosa ti ha fatto capire che era il momento giusto?
La retorica del “ho visto la luce!” pensi sia credibile? Non è facile essere non banali. Sicuramente mi sono trovato in una fase in cui la musica ha avuto un ruolo importante nella mia maturazione come individuo e, una volta calcolati tutti i rischi connessi, mi sono buttato nella mischia. Una piccola parte di me ha sempre saputo che l’avrei fatto. Sicuramente avere a fianco la persona giusta è stato determinante.

Hai già due dischi all’attivo: Undercoverworld e Trumpet Retaggio, presentati con grande successo di critica e pubblico al festival internazionale di Gijon, in Spagna. Ce ne parli?
Undercoverworld è un’opera del 2017 dove suono il pianoforte in trio con basso e batteria e dove ho messo in musica alcune scene e esperienza del mio vissuto. Ricordi, elucubrazioni, pensieri. Mi sono divertito a mettere in musica immagini, profumi e colori. Definirei la mia musica evocativa… del mio “mondo sotto copertura”, appunto. Trumpet Retaggio è un disco in quartetto con la tromba in cui omaggio a mio modo a alcuni trombettisti del passato: Freddie Hubbard, Clifford Brown, Fats Navarro… Così come io li ho interiorizzati e li vivo. Ho cercato di rielaborare il loro insegnamento. L’esperienza in Spagna è stata davvero entusiasmante perché mi ha permesso di entrare in contatto con musicisti con cui c’è stata subito sintonia. Gijon è la seconda città del Principato delle Asturie, nel nord della Spagna. Una città che si affaccia sull’Atlantico, decisamente lontana dalla retorica idea di mediterranee cittadine andaluse. Il jazz dei musicisti di Gijon risente delle cupe sonorità dei giorni di pioggia e del cielo grigio di questi luoghi. Un jazz britannico: una vera sferzata di energia per me.

I brani che presenti sono interamente scritti e suonati da te alla tromba – il tuo strumento – e al pianoforte: come nascono?
Tutto al pianoforte. Sempre. Nel jazz la componente armonica ricopre un ruolo chiave e giocare con le sonorità è la cosa che mi diverte di più in assoluto. Sovrapporre, incastrare, accostare cose apparentemente lontane che si rivelano poi più vicine di quanto si potesse pensare. Sì, la tromba è il mio strumento, ma uno strumento è come un arnese: se devo stringere prendo una chiave inglese, se devo bucare un trapano, e così via. Perché non dovrebbe essere lo stesso per gli strumenti musicali?

Progetti per il futuro?
Portare la mia musica in Giappone. Mi sto attrezzando.

Eleonora Anzini

UNDERCOVERWORLD
Alessandro Petrucci – piano
Eddy Cicchetti – contrabbasso
Massimo di Cristofaro – batteria

TRUMPET RETAGGIO
Alessandro Petrucci – tromba
Vittorio Solimene – piano
Hernan Meza – basso elettrico
Massimo di Cristofaro – batteria

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