Allenamento sotto la pioggia

1 Ottobre 2017

Resta. Maria mi guardò, come se mi dovesse convincere a saltare da una scogliera. Resta, mi ripeté. Se non vado, le risposi, quella cosa lì non la posso fare. Lei sorrise. Vai, vai, hai ragione. Fuori era freddo e io avevo lasciato il giaccone in macchina, tanto era stata la fretta, la notte prima, di salire in casa di Maria dopo che il marito le aveva confermato di avere preso il treno.

Bisognava prepararla bene la cosa, fare in modo che succedesse a Milano, così nessuno avrebbe sospettato di Maria, che sarebbe andata al lavoro come sempre, avrebbe condotto il talk show del mattino e uno share dell’8 per cento sarebbe stato il suo alibi. Io andai in aeroporto, dovevo prendere l’aereo per Zurigo, avrei lasciato tracce in un ristorante pagando con la carta di credito, poi mi sarei rasato a zero i capelli lunghi e biondi, avrei eliminato la barba folta. Sarei stato irriconoscibile se, una volta arrivato a Milano con il treno partito da Zurigo, fossi stato ripreso dalle tante telecamere sparse in città. Nessuno avrebbe riconosciuto l’ex calciatore, capocannoniere un anno in A, che poi aveva terminato la carriera in Cina risolvendo tutti i suoi problemi economici, e che una volta tornato in Italia, ospite di un talk show, aveva incontrato Maria, la conduttrice più popolare del mattino.

Ecco, avrei aspettato in un vicolo buio che il marito di Maria, metodico, tornasse nell’hotel dove soggiornava quando andava a Milano per presiedere il cda della multinazionale. «Ma perché non chiedi semplicemente il divorzio?» dissi, stupito, la prima volta che, al termine di una delle numerose notti di sesso, Maria mi chiese, seria, di uccidere il marito. «Tu non capisci, io lo odio. Voglio cancellare questa parte della mia vita. E c’è solo un modo: l’uomo che veramente mi ama deve ucciderlo. Tu mi ami veramente?». Se avessi assistito alla scena e non ne fossi stato parte avrei riso di quella frase. Ma eravamo nella fase in cui Maria e io eravamo un’unica persona e quelle parole mi parvero dovute. Io come tanti avevo fatto a botte, partecipato a risse, venivo considerato un duro, ma uccidere un uomo era un’altra cosa. Però non esitai. Provai solo a dire: «Se vuoi, pago qualcuno per farlo…». Maria accese i suoi occhi da bambina, quelli con i quali guardava fissa in camera. «Lo devi fare tu, ma forse non provi ciò che provo io. Lasciamo perdere. Possiamo continuare a scopare, non preoccuparti». Lo disse come se il nostro rapporto fosse destinato a tornare su un livello di normalità e non potevo accettarlo. Le dissi sì, lo avrei fatto, avremmo dovuto studiare come, perché nessuno dei due voleva finire in prigione, serviva un piano. Acquistai un appartamento nel grattacielo dove viveva Maria con marito che spesso era in viaggio. Dopo il sesso, restavamo per ore a pianificare. Ogni tanto vedevo lui in televisione e non provavo nulla.

Questo è quello che è successo prima, che mi ha portato qui nel vicolo ad aspettare il marito di Maria. Lo vedo, mi faccio superare poi con un bastone recuperato in un cantiere lo colpisco forte alla nuca. Cade ma non è morto. Salgo su di lui è stringo forte il collo, è magro e vecchio, basta poco. Gli prendo la borsa e il portafoglio, deve sembrare un furto. Il mattino dopo risalgo sul treno. A Zurigo vado in un Mc Donald’s e vedo una nuvola di ragazze e ragazzi biondi attorno a me. Solo quando mi siedo comprendo che è successo qualcosa potrò cancellare. È come risvegliarsi all’improvviso, mi rivedo ragazzo mentre faccio allenamento sotto la pioggia: ciò che sono diventato non è ciò che volevo essere, ma non ci posso fare niente. È tardi. Di Maria, ora, non mi interessa più nulla. Anzi mi infastidisce ripensare all’odore del suo corpo.

Prendo il cellulare, chiamo il mio vecchio allenatore che mi aveva portato in Cina e, di recente, offerto di fargli il vice in una squadra piena di soldi di quel campionato. Lo avevo mandato a quel paese, ridendo, gli avevo detto che due anni in Cina dove nessuno parlava la mia lingua erano stati sufficienti. Lui mi risponde, io gli dico solo «vengo, mi sono stufato dell’Italia», mi spiega che ormai hanno trovato un altro, ma che può farmi avere un contratto con un’altra squadra, con meno soldi e in una città molto più brutta. Ora sto dirigendo l’allenamento di una trentina di ragazzi, quasi tutti cinesi che non mi capiscono e tre brasiliani, sullo sfondo il fumo delle fabbriche. Accendo lo smartphone, guardo in streaming i canali italiani. C’è in diretta Maria, guarda in camera con gli occhi da bambina: «Me l’hanno ucciso. Ora basta, bisogna fare qualcosa per rendere più sicure le nostre città». Piange, applaudono.