Discorso di insediamento

2 Maggio 2017

Giovanna ricorda come era la città diciotto mesi fa: mezza giunta arrestata, il sindaco costretto a uscire da porte secondarie, gli stipendi dei dipendenti comunali non pagati, bus fermi perché non c’era la benzina. Il Partito del cambiamento, deriso da tutti, capì che questa volta avrebbe potuta farcela. Votarono su Facebook in cinquantasei, i fondatori della lista che tre anni prima aveva preso appena il due per cento, e scelsero lei come candidata a sindaco, perché come insegnante di lettere e un passato da attrice amatoriale, se la sarebbe cavata bene ai dibattiti.

«Sta cambiando la musica» disse ai due avversari dei vecchi partiti di destra e sinistra e divenne lo slogan della campagna elettorale. Intanto, Giampiero, l’ex marito, uno di coloro che erano rimasti senza stipendio per la crisi del Comune, aveva messo da parte l’antico rancore. Rilasciò una intervista: «Tra noi due è finita, ma so quanto vale, la sostengo». Fu la prima grana: da Roma, i vertici del Partito del cambiamento le dissero che non era il caso di tirare in causa questioni personali, che il loro stile era differente. Armata di pazienza, chiamò Giampiero e gli chiese di non rilasciare più interviste, lui la prese molto male, «sei proprio una stronza, nel Partito del cambiamento ti ho portato io» urlò, però non parlò più con i giornali.

Tre mesi dopo, Giovanna, per la prima volta in vita sua a quarant’anni, si ubriacò: aveva vinto le elezioni, inaspettatamente, si sentì di avere fatto finalmente qualcosa di memorabile, e nella festa offerta in un hotel di lusso dal proprietario sostenitore del Partito del cambiamento – pare anche a causa dell’odio per il vecchio sindaco che gli aveva fatto rimuovere un dehor abusivo -, con i leader arrivati da Roma, tutti giovani e rampanti, che parlavano delle vacanze in barca in Sardegna, Giovanna bevve troppo spumante. Fu la seconda grana: qualcuno del Partito, invidioso perché avrebbe voluto candidarsi al posto suo, le scattò delle foto e le inviò ai giornali locali. Lei dovette registrare un video messaggio per spiegare che si era sentita male per lo stress, che era astemia e che quelle bugie erano orchestrate dai vecchi partiti e dai poteri forti, anche se pure lei sapeva benissimo che le foto potevano essere state scattate solo da chi era la festa.

Il giorno dopo fu chiamata a Roma, e, in diretta Facebook, i vertici del Partito del cambiamento le fecero giurare fedeltà ai valori che guidavano la loro battaglia. Si sentì ridicola e le tornò voglia di bere. Agli avversari che la presero in giro sui social network, rispose con un testo – scritto dall’ufficio stampa romano del Partito del cambiamento – in cui diceva «avete rubato per anni, rispettate chi crede nell’onestà». Il giorno dopo si rese conto che non aveva ancora scelto gli assessori. Metà le furono suggeriti dai giovani rampanti che guidavano il Partito del cambiamento – un docente di diritto che andava in barca con loro in Sardegna, ad esempio, fu messo ai Trasporti, una affermata astrologa ai Servizi sociali -, l’altra metà la scelse con l’aiuto di un caro compagno di scuola di cui aveva fiducia cieca, perché al liceo era l’unico che non la prendeva in giro per i denti sporgenti.

Fu un disastro: allo sport le consigliò un giocatore di basket con due lauree, in città esplose la rivolta perché – lei non sapeva nulla di pallacanestro – aveva militato per anni nella squadra rivale della stessa regione e una volta, al termine della partita, era uscito mostrando il dito medio ai tifosi nel palasport della città in cui Giovanna era sindaco. All’inizio provò a difendere quella scelta, sostenendo che la competenza vale più delle rivalità sportive, poi da Roma le consigliarono di soprassedere. Ma ciò che fu peggio è che uno degli assessori nominati, un anziano urbanista ambientalista, spiegò imprudente che a chiedergli di fare l’assessore non era stato il sindaco, ma il vecchio compagno di scuola di Giovanna. Emerse anche che il vecchio compagno di scuola di Giovanna era stato consigliere del sindaco precedente e a Roma si arrabbiarono.

Ora il consiglio comunale sta per cominciare, tutti stanno aspettando Giovanna che dovrà pronunciare il discorso di insediamento. In prima fila ci sono, abbronzati, i giovani leader del Partito di cambiamento. Non lo sanno, ma Giovanna in questo momento – irriconoscibile grazie agli occhiali da sole e ai capelli tinti di rosso – sta dimenandosi, in costume, sui bordi di una enorme piscina a Ibiza, insieme ad altri diecimila scatenati quanto lei che tendono le mani verso un dj svedese. Giovanna ha scoperto che il mojito è migliore dello spumante. «Di dove sei? Vieni spesso a Ibiza?» le chiede un ragazzo. «È la prima volta – ride lei – ma sai che ti dico? Mi andava di mandare tutti a fanculo, ho fatto bene no?».