Due minuti e trentasette secondi

6 Ottobre 2016

Don Alberto è nervoso e, mentre celebra il funerale di S., balbetta, a volte dimentica le parole. Gli torna in mente la telefonata del vescovo, asciutta ma velatamente minacciosa, «trovi una scusa, dobbiamo evitare che monti un caso, però quel funerale non si deve fare», aveva manzonianamente concluso. Don Alberto, che pure non è mai stato un tipo coraggioso e che ha scelto di fare il prete anche per avere pochi guai, ha disobbedito. Non se l’è sentita di dire a Marta, la figlia di S., che si rifiutava di celebrare il funerale perché suo padre si è ucciso, si è gettato dal decimo piano. «Chi può saperlo – aveva ribattuto al vescovo – in fondo può essere stato un incidente». Con Marta si era accordato perché il funerale si svolgesse in una data e in un orario tenuti segreti, in modo da evitare che arrivassero giornalisti e telecamere. «Io non mi vergogno di mio padre – aveva risposto Marta – ma forse è meglio così».

Ora la chiesa è semivuota, ci sono solo Marta, due amiche del gruppo scout, un anziano collega di S. del Ministero, l’unico che non si è vergognato a venire, pochi parenti e Marcello, il chierichetto. Tutti gli altri ragazzini che di solito servono alla messa sono stati tenuti a casa dai genitori, «vede don Alberto noi comprendiamo che la figlia voglia che siano celebrati i funerali in chiesa. La ammiriamo e soffriamo con lei. Ma sa, è una vicenda delicata, difficile da spiegare ai nostri bambini…». Solo Giulia, che ha cresciuto da sola Marcello perché il padre se ne era andato subito dopo che era rimasta incinta, ha detto a don Alberto: «Marcello viene a servire alla messa, io non me la sento di lasciare quella ragazza da sola, Marcello ha già tredici anni, certe cose è inutile nasconderle». Don Alberto ha disobbedito al vescovo anche perché ricorda il volto buono di S. quando con l’auto di servizio passava a prendere Marta dalla parrocchia, «mio padre è ateo e anche un poco anticlericale, ma mi dice sempre che devo fare le mie scelte da sola», raccontava Marta a don Alberto. «Ora – dice don Alberto guardando Marta – la figlia di S. dirà qualche parola in ricordo del padre, perché solo una figlia può conoscere davvero cosa c’è dentro il cuore di un padre».

Dietro una colonna, nessuno l’ha notata, c’è una donna bionda, che finge di piangere, ma in realtà è una giornalista di un quotidiano, l’unica che ha avuto la soffiata giusta e che è riuscita a entrare in chiesa all’inizio del funerale di S. È stata lei a scrivere uno degli articoli più corretti sulla storia di S., sul video con cui una banda di balordi aveva cominciato a ricattarlo, chiedendogli soldi e favori al ministero. S. che si era opposto, aveva preferito la vergogna all’umiliazione di abbassare la testa. Così un giorno su computer e telefonini di tutto il paese era rimbalzato il video di S., vestito da donna, che prima balla su un divano, poi ha un rapporto sessuale con altri uomini. S. aveva inviato un sms a Marta con scritto «mi dispiace, pensavo di essere più forte» e poi si era gettato dal decimo piano. Don Alberto si è rifiutato di guardare il video, Marta invece ha voluto vederlo. Ora, con una voce solo un poco tremante, mentre porta un ciuffo di capelli dietro a un orecchio, scandisce lentamente: «Mio padre era molto di più di quei due minuti e trentasette secondi del video». La giornalista da dietro la colonna accende il registratore del telefonino, sa che non può prendere appunti. «Si parla spesso di diritto all’oblio – dice ancora Marta – io invece voglio parlare del diritto ad essere ricordati.

Mio padre deve essere ricordato non solo per quei due minuti e trentasette secondi del video, ma per tutti gli altri 56 anni della sua vita, per il tempo che ha trascorso ad aiutarmi a fare i compiti, ad accompagnarmi a ginnastica artistica, a consolarmi quando le cose andavano male. Deve essere ricordato per tutte le volte che ha aiutato qualcuno e per tutte le volte che ha rifiutato una tangente. Io non voglio che dimentichiate i due minuti e trentasette secondi di quel video, voglio che ricordiate i cinquantasei anni della sua vita. Io non lo dimenticherò mai». Silenzio, Don Alberto sa che dovrebbe fare qualcosa, magari andare a stringere la mano a Marta, ma si sente come paralizzato. Dovrebbe dire qualcosa, ma non trova la forza. È in quel momento che Marcello, il chierichetto, si muove, si avvicina a Marta e l’abbraccia. È un abbraccio lungo e ingenuo. Poco dopo tutti escono dalla chiesa. La giornalista bionda entra in macchina, afferra il cellulare e cancella la registrazione del discorso di Marta. Poi chiama il capo redattore: «Mi spiace, ho fatto un buco nell’acqua, non sono riuscita ad entrare, non c’è pezzo».