Genio e sregolatezza – Albino Buticchi

30 Ottobre 2014

Albino, con quel nome sfigatissimo. Albino e poi Buticchi di cognome che no, non suona bene: l’infanzia difficile in una famiglia numerosa e in una cornice splendida, ai margini delle Cinque Terre, la Liguria più bella.

Albino, e la determinazione di farcela, di fare i soldi, di maneggiare il petrolio che in quell’Italia del boom era petrolio per davvero. Le macchine, il villone, e lo yacht, i quadri, gli sfizi, e dunque il calcio, quel calcio che all’epoca incastrava i miliardari con la scusa che è uno sfizio, soltanto l’ennesimo sfizio, preside’.

Il Milan di Rivera, però, altro che hobby. E infatti: la Coppa Italia, quella delle Coppe, lo scudetto ad un passo e poi la fatal Verona, maledetta disfatta che ancora la ricordano: 5-3 per gli scaligeri, addio tricolore e addio Buticchi. Le tensioni, le pressioni, Rivera che volta la gabbana, qualche investimento andato a puttane. Alla fine, addio Milan, colpo di pistola per chiudere tutto.

Ma la vita è troppo stronza per farsi ammazzare così: l’ex presidente diventa cieco, ma sopravvive come un Gino Paoli qualsiasi, e sopravviverà pure a un altro tentativo di suicidio (giù dalla finestra). Buticchi però adesso è solo, la famiglia gli toglie persino la firma: lui se ne frega, spende gli ultimi schizzi di gloria al casinò e a San Siro, con un assistente fedele a sussurrargli nell’orecchio le carte che escono sul tavolo e i gol che arrivano sul campo. Due tappeti verdi, due vizi, un’unica incredibile storia di altri tempi.

Andrea Arena