Genio e sregolatezza – Cleto Polonia

6 Aprile 2014

Con quel nome lì, da fumetto. L’accento forte di friulano di Tolmezzo, più Austria che Udine, andiamo a fare il pieno a Villach. E quel cognome buffo, poi: Polonia, come la nazione. Cleto Polonia, chi era costui? Uno di quei calciatori che adesso si ricordano con un misto di affetto e ironia alla fine delle cene in pizzeria: ti ricordi Polonia? E Settimio Lucci? E quella volta che andammo in trasferta a Piacenza ed era il sabato di Pasqua e un traffico boia? Sì che me lo ricordo, era l’anno dello scudetto.

Comunque, Polonia. Terzino come non ne fanno più, perché era terzino marcatore, mica fluidificante. Giocava sulla fascia per modo di dire: doveva occuparsi di un attaccante avversario e seguirlo pure al cesso. Mai distrarsi, ma un permesso per uscire e andare in attacco. I piedi, per giunta, erano quelli che erano: due ferri da stiro di una volta, quelli pesanti che si scaldavano sulle stufe. Perciò, una carriera e un solo gol segnato, un giorno di settembre del 1998 – e chi se lo scorda – in Piacenza-Vicenza 2-0.

Che giorno, quel giorno, quando c’era gloria pure per i Polonia. Trieste, Verona, Piacenza, e un finale brevissimo e sfigato alla Samp, prima dell’infortunio e del ritiro. Oggi Cleto fa l’allenatore lassù, tra Tolmezzo e Gemona. Ha avuto pure un dolore grande – la perdita del figlio – e chissà se quando esce fuori il suo nome, in una di quelle cene di amici, non gli fischiano pure le orecchie. Sì, vecchia roccia, stavamo parlando proprio di te.