Genio e sregolatezza – Franco Bitossi

10 Marzo 2014

Franco Bitossi non era un gregario, perché un gregario non vince centocinquanta corse, due dozzine di tappe al Giro d’Italia e due Lombardia. Franco Bitossi era solo nato in anni sbagliati, quando il ciclismo era Gimondi e Adorni e poi Moser e Merckx, il belga che mangiava tutti. E aveva quel problema, Franco Bitossi: il cuore, la tachicardia che appariva spesso sul più bello. Perciò questo toscano generoso e asciutto aveva pensato di smettere, di tornare in fabbrica a fare ceramiche, tra Firenze e Pisa, dove l’Arno è un padre e un confine.

E invece continuò, spinto dall’amore per la bicicletta, vincendo, ritagliandosi spazi tra i campioni, conquistandosi i suoi tifosi, che lo chiamavano “Cuore matto”, con affetto vero. Fino a quel giorno. Anno 1972, Mondiali di Gap, tra Provenza e Alpi. Bitossi si ritrovò in fuga quando si decideva la corsa. C’erano gli italiani Dancelli e Marino Basso, c’era il francese Guimard, c’era naturalmente il grande Merckx. Guimard parte a quattro dalla fine, Franco lo segue, e comincia a fare calcoli: ci provo.

Allora scatta e controscatta, è solo sul rettilineo del traguardo, la folla che urla, la Peugeot della giuria che segue coi fari gialli da mangiarane. è fatta. E invece no. Il cuore va fuorigiri, Bitossi bestemmia. Si volta. Oscilla. Cambia rapporto duemila volte. Intanto, da dietro, ecco Marino Basso, italiano come lui. Va il doppio. Lo prende, lo supera, vince sul traguardo. Bitossi è medaglia d’argento, per un battito di cuore in più.

Andrea Arena