Genio e sregolatezza – Robert Enke

31 Luglio 2014

E’ buio, quel pomeriggio del 10 novembre del 2009. Fa freddo, in questo posto impronunciabile della Bassa Sassonia. Una macchina accosta vicino alla ferrovia. Ne scende un ragazzone alto e coi capelli corti, il perfetto tedesco, grosso come un armadio ma dal sorriso buono. Quando passa il treno è un attimo: Robert Enke ci si tuffa sotto come una volta si sarebbe tuffato contro un tiro velenoso di Luis Figo, contro una parabola di Mario Basler, contro un colpo di testa di Carsten Jancker.

Così muore un portiere, così muore un trentaduenne malato di depressione da anni, “morso dal cane nero”, come diceva Churchill. La Germania è stravolta, il mondo del calcio scopre che il male oscuro è pure qui, tra i suoi figli miliardari e apparentemente felici. Enke era un grande portiere. Di nobili natali, perché Jena è sempre stata una delle capitali culturali e tecnologiche crucche.

Poi la carriera: il Borussia Mönchengladbach, e quella voglia strana di giocare all’estero per fuggire chissà da chi, chissà da cosa: Benfica, Barcellona, Fenerbahce, Tenerife. E ancora casa, l’Hannover, e la Nazionale. Ma quando, nel 2006, la figlioletta Lana se ne va, stroncata dal cuore, nella testa di Robert tornano le nubi e gli incubi. Neanche la moglie Teresa, e un’altra bimba adottiva, cambiano il suo destino. L’ultimo tuffo, quello fatale.