I due fratelli e il cane Buk

1 Ottobre 2018

Ritornammo a casa quando il sole era ormai sparito dietro alle montagne e le zanzare ballavano nel fascio di luci dei lampioni. Antonio mi chiese: «Hai fame?». Io alzai le spalle: «Non mi va nulla. Voglio andare a dormire». Mi guardò con insofferenza, infastidito dalla mia lontananza e della mia rudezza. Non potevo farci nulla, lo salutai con un gesto della mano, gettai un ultimo sguardo al poco che ancora si intuiva delle montagne e andai nella mia camera.

Mamma e papà avevano acquistato quella casa sulle Dolomiti quando Antonio e io eravamo piccoli. Avevamo appena imparato a sciare, sembravamo inseparabili e loro avevano intuito che la montagna ci avrebbe tenuto uniti. Prima dell’incidente dell’aereo dell’azienda in cui morirono, la casa in montagna fu il punto d’incontro dove tornavamo, anche quando Antonio si era trasferito in Brasile a lavorare per la Fiat e io ero finito a Hong Kong, ad annoiarmi e a guadagnare molti soldi nella sede di una banca inglese.

Io avevo 30 anni e Antonio 28, come sempre avevamo lasciato le rispettive fidanzate in Brasile e a Hong Kong. Stavamo passeggiando in centro per fare la spesa e preparare una cena che avrebbe sorpreso i nostri genitori che sarebbero dovuti arrivare dopo qualche ora. Eravamo eccitati dal ritrovarci insieme. Mi arrivò un messaggio sul telefonino: Marisa, la mia fidanzata rimasta a Hong Kong, mi aveva inviato un link e aveva aggiunto: “Ti sono vicina”. Cliccai, si aprì la pagina di un quotidiano on line, vidi la foto della carcassa di un Embraer: “Incidente aereo, muoiono il re dell’acciaio e la moglie”.

Nulla fu più come prima. Dieci anni dopo il giorno della morte dei nostri genitori, Antonio mi aveva chiesto di rivederci. Ne erano passati cinque dall’ultima volta che ci eravamo incontrati. Quando mamma e papà morirono, decidemmo di vendere tutto. Società, fabbriche, azioni, immobili. Tenemmo solo la casa in montagna. In un anno ci trovammo con una quantità enorme di liquidità. Invece di pensare a cosa avrei voluto fare della mia vita, mi convinsi che Antonio mi avesse raggirato, che la sua parte fosse più alta della mia. Ci picchiammo, sotto i lampioni del giardino. Io ero furioso perché mi aveva raggirato, lui perché lo consideravo un ladro. Eravamo entrambi disperati: erano morti i nostri genitori e non sapevamo che cosa sarebbe stato delle nostre vite. Ci dimenticammo l’uno dell’altro, affidammo a un’agenzia la gestione della casa in montagna e restammo lontani.

Accettai di rivederlo solo cinque anni dopo, il giorno del suo matrimonio, in Svizzera, nel paese di Liz, sua moglie. Rifiutai di fare il testimone, ma mi presentai al ricevimento, strinsi la mano a Liz, bellissima. Al termine, strinsi di nuovo la mano a entrambi e me ne andai. Ci perdemmo di nuovo, fino a quando seppi che Liz era morta in un incidente stradale, in Svizzera. Dopo un anno Antonio mi trovò e mi telefono: «Sono una persona sola, tu sei l’unico che mi è rimasto». Non so perché, ma ripensai a quando aveva dodici anni e pianse per tre giorni perché il nostro cane, Buk, era stato ritrovato morto, sgozzato con un coltello. Era come se i distacchi e il dolore ci perseguitassero, una sorta di condanna per delle vite troppo fortunate. Avevo accettato di raggiungerlo nella casa in montagna, ma il rancore per l’eredità non mi aveva abbandonato e, da quando ero arrivato, avevo parlato pochissimo.

Quella notte però sentii all’improvviso freddo, forse l’impianto di riscaldamento si era rotto. E pensai a quanto erano stati inutili questi anni di lontananza: avevo molti più soldi di quanto avrei potuto spenderne in tre vite. Decisi di andare a parlare con Antonio, nella sua stanza, come quando eravamo adolescenti. Ma non era a letto. Scesi al piano inferiore, forse era andato a verificare cosa non funzionasse nella caldaia. Non c’era. Vidi un biglietto sul tavolo. Scritto a mano, come si faceva un tempo per comunicare tra noi quando uno usciva prima dell’altro e ancora i telefonini non c’erano. Lo lessi. «Sai, avevi ragione, ti ho fregato, ho preso una parte molto più grande dell’eredità. Ma devi sapere altro: l’aereo dei nostri genitori non è precipitato per un incidente, non mi andava di aspettare troppo tempo per ottenere la mia parte. E Liz… già lo immagini, conosci l’entità del patrimonio che le hanno lasciato i suoi, ora tutto è mio. È molto facile simulare un incidente se hai soldi per pagare chi lo può fare. Ecco, se ti sei svegliato per il freddo, queste sono le ultime parole che leggerai, la casa sta per esplodere e tutto farà pensare a una fuga di gas». Mi voltai, disperato, volevo correre fuori, ma le porte erano bloccate. Feci solo in tempo a leggere un PS nel biglietto. «Ti ricordi di Buk? A questo punto penso che tu abbia capito chi l’ha ucciso».