Il pigiama bianco

1 Novembre 2017

Ogni volta Samuele si sorprende del numero delle persone che, come lui, decidono di trascorrere il pomeriggio nella “stanza”. Oggi sono 5.678, tutte stese a pancia in su in uno dei seimila lettini contenuti nel padiglione. La “stanza” appunto. Guardando il soffitto, a una decina di metri, che riproduce in uno schermo orizzontale, grande come l’intero padiglione, il cielo. Azzurro, inframmezzato ogni tanto solo da qualche nuvola.

Samuele come gli altri 5.677 indossa un pigiama bianco. Viene fornito all’entrata, chi varca la porta della “stanza” deve indossarlo. Dopo si resta in silenzio, stesi, a fissare il cielo riprodotto sullo schermo con i suoi impercettibili movimenti. Le prime volte che frequentò la ”stanza” Samuele fu anche colpito dal fatto che tutti, per ore, restavano in silenzio. Qualcuno magari dorme, altri sospirano, raramente c’è chi sussurra qualcosa, ma sostanzialmente tutti rispettano il non dichiarato accordo che dentro la “stanza” debba prevalere il silenzio. In giro per il paese sono sorte altre stanze come quelle, ma nessuna è così estesa. Samuele non cambia mai posto e ogni volta finisce sempre vicino a un ragazzo  dai capelli biondi e cortissimi, avrà vent’anni. Anche l’altra vicina, a cui si è ormai abituato, è giovane, ma ha almeno cinque anni in più del ragazzo. È anche lei bionda, con i capelli lunghi e non di rado raccolti in una coda di cavallo. I tre non si sono mai parlati, ma ogni volta, prima di stendersi sul lettino si lanciano rapidi sguardi di saluto. Anche se Samuele ha più di quarant’anni è ormai parte di quel trio che per un misterioso motivo in fondo rappresenta un gruppo distinto dal resto della “stanza”.

«Aspetto un bambino» sussurra all’improvviso la ragazza con la coda di cavallo. È la prima volta che Samuele sente la sua voce ed è proprio come se l’aspettava. Il ragazzo sospira e, muove appena gli occhi, e se fosse possibile a voce ancora più bassa, dice: «È una cosa bella, no? Un bambino, intendo». Samuele sente che è un passaggio importante, che se resterà in silenzio sarà escluso per sempre dal loro gruppo e anche se non ha mai parlato né al ragazzo biondo né alla ragazza con la coda di cavallo, loro sono gli unici due amici che ha. Trova la forza per dire, sempre sussurrando e contemplando il cielo: «Aspettare un figlio è una bella cosa». «Non so» dice lei. Non aggiungono altro. Dopo quaranta minuti una voce dall’altoparlante avvisa che la stanza sta per chiudere. I 5.678, in modo ordinato, si alzano e vanno a recuperare i vestiti e a consegnare il pigiama bianco. Come sempre Samuele e gli altri due si scambiano sguardi di saluto, ma non si parlano. Samuele sale sull’auto a guida automatica e con il comando vocale imposta la destinazione e sceglie il brano musicale da ascoltare lungo la strada, richiede un genere che va di moda, due note che si alternano.

Da quando l’aria è divenuta irrespirabile a causa dell’inquinamento ma anche di una serie di guerre, ciò che restava dell’umanità è stato costretto a costruire una grande cupola che ricopre un territorio esteso quanto quello che un tempo era un piccolo stato come il Portogallo. Per questo, negli anni, costretti a questa prigionia, molti dei sopravvissuti hanno cominciato ad apprezzare le “stanze”, sorte in varie parti della zona abitata e chiusa:  sul soffitto vengono proiettate le immagini del cielo. La cosa strana è che i più giovani non hanno mai visto il cielo vero e anche Samuele lo ricorda a malapena. Però in molti amano trascorrere il pomeriggio della domenica in silenzio, stesi sui lettini a guardare verso l’alto. Per tre mesi Samuele e i due giovani amici continuano a incontrarsi nella “stanza”, a scambiarsi sguardi di saluto, ma non ci sono altre frasi.

Poi, una domenica Samuele appena percepisce una frase sussurrata tutto di un fiato della ragazza con la coda di cavallo: «Per un po’ di tempo non potrò più venire, presto nascerà mio figlio. Non so, forse è una bella cosa, lo capirò solo quando sarà successo. Voi però non dimenticatevi di me». Trascorrono 50 secondi in silenzio e poi, anche questa volta, è il ragazzo il primo a parlare: «Ma no, vedrai, è una bella cosa». Samuele è in affanno, non sa cosa dire, poi riesce a trovare una frase e pensa che sia quella giusta: «Ma no, certo che non ci dimenticheremo di te». Lei si alza, guarda entrambi, forse accenna un sorriso e se ne va. Loro restano. Dopo circa un’ora si sentono delle urla nella “stanza”, non era mai successo. Il cielo è diventato grigio, c’è una immagine densa e spaventosa fatta di nuvole cupe. Samuele e il giovane amico sono gli unici a non urlare, ma anche loro sono disorientati. Poi, torna il cielo sereno, l’azzurro. La voce dell’altoparlante: «Scusate, è stato un errore. Ci scusiamo per il disagio».