Il ritorno di Johnny Nuovo

1 Febbraio 2018

Un suv rosso percorre una strada sterrata tra la vegetazione arruffata, in Sardegna. Si ferma di fronte a un cancello, ci sono dei sigilli, una lettera di un tribunale è un lucchetto. Un uomo, magro e con i capelli pettinati di lato, i baffi sottili e una polo bianca, scende, strappa il foglio del tribunale e con una chiave apre i lucchetti.

Risale in macchina, trascorrono alcuni secondi, poi supera il cancello. Dopo altri quindici minuti raggiunge una villa di grandi dimensioni. Parcheggia all’ombra di un albero, scende. E apre una bottiglietta d’acqua minerale. Beve, mentre fissa la casa. «Rieccoti, dopo dodici anni» dice a voce alta. Ancora ha nella mente il giorno in cui appena diciottenne fu portato fuori per la prima volta da un agente. Vide il sole, non sapeva neppure cosa fosse. I giornali, le tv, molti documentari, per anni hanno raccontato la sua storia. La storia del neonato rinchiuso in una stanza grande come un campo da calcio, nei sotterranei di una villa, da uno psicopatico. Lì era cresciuto, senza sapere che esistesse il mondo fuori. Per diciotto anni l’unico essere vivente conosciuto era stato lo psicopatico, Kappa, colui che lo aveva nutrito, educato, formato. «Ti ho protetto» Kappa gli aveva scritto una volta dal carcere dove era stato rinchiuso. «Ti ho protetto dal dolore che c’è fuori, ora stai vedendo, anche se non lo ammetti, che il mondo ristretto nella stanza ti dava molta più felicità della follia di qui sopra».

Il ragazzo, i cui veri genitori non furono mai trovati, con l’aiuto delle autorità si diede un nome e un cognome: Johnny Nuovo. Una volta, insieme a colei che per un anno sarebbe stata la sua fidanzata (l’unica fino ad oggi) aveva anche accettato di incontrare, in diretta, televisiva, Kappa. Per diciotto anni Kappa, grazie alle differenti tecnologie che si erano succedute e sviluppate, aveva ripreso e commentato minuto per minuto, la vita di Johnny che ancora non si chiamava Johnny. Per questo alla fine Johnny aveva accettato di incontrare Kappa di fronte alle telecamere: «Sono sempre vissuto con una telecamera che mi riprendeva – aveva spiegato alla fidanzata – è giusto che questa storia si concluda così». Non andò benissimo: Kappa lo abbracciò, con forza, quasi fino a soffocarlo. Intervennero gli agenti. Johnny non ha mai capito se Kappa volesse ucciderlo o semplicemente avesse una carica di energia anomala visto che era la prima volta che lo abbracciava: non c’erano mai stati gesti di amore o di affetto nella stanza.

Grazie a quella diretta, Johnny incassò una cifra assai alta, a cui si aggiunsero molti soldi per libri e film che raccontarono la sua storia. Kappa morì in prigione, ucciso da un altro detenuto: le ragioni non sono mai state capite, ma secondo un’inchiesta giornalistica il detenuto era affetto da un male incurabile, dopo pochi mesi morì e stranamente la famiglia ricevette una importante somma di denaro. Johnny intanto uscì di scena, non andò più in tv, lasciò la fidanzata; chiuso nel suo appartamento in una metropoli asiatica dove nessuno lo conosceva trascorse le notti davanti a un computer; seppe investire con un inaspettato talento i soldi che aveva accumulato, passando dalla categoria di “alcuni milioni di euro” a quella di “molti milioni di euro”. Intanto, iniziò una battaglia giudiziaria per ottenere l’assegnazione della proprietà della casa dove aveva vissuto per diciotto anni. Formalmente Kappa non aveva eredi, ma non c’era neppure un rapporto di parentela con Johnny. Alla fine però pagando i migliori avvocati Johnny ha vinto: ora la casa è sua.

Così, dopo che ha trascorso le ultime sette settimane senza mai uscire dall’appartamento in un grattacielo della metropoli asiatica, ha consegnato le chiavi a quelli della sorveglianza e si è fatto accompagnare in aeroporto. Dopo venti ore tra voli e connessioni è arrivato in Sardegna, ha noleggiato il Suv, guidato fino alla casa. Ora apre il portone, percorre la scala verso la stanza sotterranea che un tempo era nascosta. Apre l’ultima porta ed entra: per la prima volta è di nuovo lì. La stanza. Le pareti sono intonse, anche il parquet non è cambiato. Se la ricordava molto più grande. Comincia a correre, come Kappa gli diceva di fare da bambino, da una parete all’altra. Quando non ce la fa più, si stende in mezzo alla stanza. E fissa quello che un tempo era stato il suo unico cielo. Intanto, su un servizio di messaggistica protetto del suo smartphone, gli arriva un messaggio: “Signor J., tutto come previsto. Il neonato le sarà consegnato tra un mese, appena la casa sarà pronta”.