La palude della vendetta

1 Dicembre 2017

Il comandante Zero guardò negli occhi l’imperatore. Era l’unico che riuscisse a sfidare il suo sguardo. E l’unico a cui era permesso. «Perché reagisci in questo modo? Pensavo che avresti capito l’importanza dell’onore che ti viene riservato. Se non portassi il peso della responsabilità che mi è stata assegnata, andrei io stesso» disse l’imperatore.

Il comandante Zero gettò a terra il bicchiere. Un gesto simile sarebbe stato punito con la morte se fosse stato compiuto da un altro. «Come ti permetti…» si limitò a urlargli l’imperatore. Il comandante Zero comprese di avere esagerato. «Perdonami. Ma sai benissimo che è una missione suicida». «Non mentirmi. La morte non ti ha mai spaventato, ti conosco da troppi anni. E comunque anche restare qui, nella città assediata, con il cibo e l’acqua che stanno terminando, significa essere certi di morire. Ciò che ti chiedo è sceglierti un gruppo di soldati fidati, provare a superare l’assedio nella notte senza che il nemico se ne renda conto. Poi all’alba attaccarlo alle spalle. La speranza è che riusciate a ingannare il nemico, a fargli credere che siete un vero esercito arrivato dalle colline in nostro aiuto. È un piano azzardato, ma è l’unico che abbiamo. Ma tu non sei infuriato per il piano o perché ho scelto te, ti conosco». «È stato lui a proporre il mio nome? Il generale?». «Sì, te lo avrei detto». «Lo vedi? È un modo per liberarsi di me. È questo a farmi infuriare. Se fosse stata una idea tua mi starei già preparando a partire. Ma è una idea del generale».

Il generale. Dieci anni prima il comandante Zero, il più promettente di tutti gli ufficiali, il più coraggioso, amico d’infanzia dell’imperatore, aveva segnato per sempre il suo destino. Si era innamorato della moglie del generale e lei di lui. Il comandante Zero, fino ad allora esempio di rettitudine e disciplina, aveva fatto qualcosa di impensabile: era fuggito con lei. Per un mese erano rimasti lontano dalla città. Il generale li aveva ritrovati e riportati in catene i due in città. Solo l’intervento dell’imperatore aveva evitato la morte del comandante Zero. Certo, la sua carriera militare era finita lì, anche se avrebbe continuato a combattere con un anomalo ruolo di uomo di fiducia dell’imperatore. E negli anni successivi proprio il valore del comandante Zero – così era stato soprannominato dopo l’umiliazione subita – aveva consentito di vincere molte battaglie.

Lei era tornata con il generale e quando un giorno il comandante Zero era riuscito a parlarle, la donna gli aveva spiegato che era stato un errore fuggire con lui, che in fondo era sempre stata innamorata del generale. La cosa che più ferì il comandante Zero è che capì che era sincera, non spaventata. Non la vide più, mente l’imperatore fu sempre abile nell’evitare che i percorsi militari del comandante Zero e del generale s’incrociassero. L’imperatore riprese a parlare abbassando il tono della sua voce, sembrava urlasse ma sussurrava: «Possibile che tu non capisca quanto sia stato umiliante per quell’uomo fare il tuo nome? Se la tua missione risultasse un successo passeresti alla storia come colui che ha salvato la città e l’impero». «E perché ha suggerito il mio nome?». «Sei l’unico che può riuscire in questa missione disperata, sei il migliore soldato che abbiamo». «No, spera di liberarsi per sempre di me». «Non ragioni. Tra qualche giorno moriremmo tutti, io, te, il generale. Tutti». Silenzio. Il comandante Zero inseguì con lo sguardo una farfalla entrata nella stanza. «Andrò. Ma voglio scegliere gli uomini che verranno con me, non più di dieci».

Quella notte il gruppo, guidato dal comandante Zero e formato da ragazzi di meno di vent’anni, strisciò nel canneto che si trovava alle spalle della città, s’immerse nella palude, passò a poche decine di metri da un accampamento distaccato del nemico dove una ventina di soldati erano ubriachi, certi che il giorno dopo ci sarebbe stato l’attacco finale. Fu allora che il comandante Zero decise di consegnarsi al nemico, dare l’allarme, aiutarli a entrare nella città assediata e in cambio chiedere soldi, immunità e la moglie del generale come schiava. Il pensiero si fece sempre più forte mentre camminava nella palude, con l’acqua sopra le ginocchia. Ma quando ne uscì l’idea di tradire evaporò all’istante. Il comandante Zero e i suoi uomini rubarono dieci cavalli dopo avere sgozzato l’unica sentinella.

Il giorno dopo simularono un attacco, accendendo molti fuochi, al galoppo sui cavalli contro l’ala sinistra dell’esercito nemico, urlando “arrendetevi”. Erano solo undici, ma il nemico fu disorientato e provò ad avanzare verso i fuochi. In quel momento dalla città uscì l’esercito dell’imperatore, guidato dal generale. La forza della disperazione degli assediati fu tale che l’armata nemica fu costretto a fuggire. Dopo sette giorni arrivò effettivamente dalle colline l’esercito alleato dell’imperatore e quella che sembrava una guerra persa fu vinta. Un mese dopo nella piazza della città l’esercito guidato dal generale fu acclamato dalla folla. L’imperatore gli consegnò una medaglia. Al suo fianco c’era la moglie, più graziosa e sorridente che mai. In uno scrigno c’era anche una medaglia e una onorificenza per il comandante Zero. Ma lui non c’era. E lo scrigno restò chiuso. In quel momento il comandante Zero era su una collina a ubriacarsi insieme agli altri sette sopravvissuti della missione che aveva salvato l’impero.