La ribellione

30 Maggio 2018

Dicono che i soldi non diano la felicità. Dicono che senza soldi non mangi e non ti curi. Dicono che se hai molti soldi hai anche molte probabilità di essere felice. A me non interessava nessuna di queste affermazioni, volevo solo trovare un modo di vincere la noia, ero stanco di passare il tempo dalla parte sbagliata dello sportello di un ufficio postale.

Dopo tre anni ero stufo di quel lavoro che, chissà come, mio padre, quando era ancora vivo, era riuscito a procurarmi. Senza dire nulla al capo e ai colleghi inviai la lettera di dimissioni. Non sono mai tornato in quell’ufficio postale, non ho più parlato con i colleghi, ma posso immaginare la sorpresa: avevo rinunciato al posto fisso ed ero sparito nel nulla. Ho cancellato ogni mia traccia, per quanto possibile, su internet, sui social network, ho cambiato numero di cellulare e sono andato ad abitare in un appartamento preso in affitto in una città del nord, scelta a caso su Google Maps. Così, a 35 anni, avevo cambiato la mia vita, mi svegliavo in una città sconosciuta, uscivo di casa solo per correre. E pensare. Avevo tempo, grazie ai soldi che mi avevano lasciato i miei sarei potuto andare avanti per un anno e mezzo. Ma l’idea mi venne molto prima.

Creai 265 profili Facebook e 424 Twitter, investii parte dei risparmi per acquistare amici e follower. Ci sapevo fare con i social e rapidamente alimentai un movimento di pensiero contro tutti i partiti, anche quelli nuovi, e contro tutta l’economia italiana e mondiale. Andai a tentativi, fino a quando uno slogan, il più stupido, quello su cui nutrivo meno fiducia, prese forza: “Siamo stanchi di farci fregare”. Diffondevo le foto di tutti i leader di tutti i partiti, soprattutto di quelli più nuovi, raccoglievo le espressioni più buffe e in grande, con lettere gialle e nere, scrivevo sopra: “Siamo stanchi di farci fregare”. All’inizio commentavano e condividevano solo i profili e gli account su Facebook e Twitter che governavo, ma in pochi mesi la valanga crebbe e catturai tutta questa energia. Creai un sito e soprattutto un leader, Marco Kappa, per tutti divenne l’inventore dello slogan. «Non voglio fondare un partito. Voglio solo dire che siamo stanchi di farci fregare» scriveva Marco Kappa, con post e tweet che superavano le diecimila condivisioni.

Se uno avesse studiato con attenzione, avrebbe capito che Marco Kappa in realtà non prendeva mai posizione su un solo singolo problema. Se i partiti tradizionali, ma anche quelli nuovi, le cambiavano a seconda della convenienza e di dove tirasse il vento, Marco Kappa e le idee di «Siamo stanchi di farci fregare» andavano oltre, perché non si schieravano. Come un prestigiatore facevo credere di essere alla guida di una rivolta. Mi servivano più soldi e sul sito iniziai a vendere magliette con lo slogan «Siamo stanchi di farci fregare». Qualcuno tentò di copiarle ma si scatenò un’ondata di indignazione e per tutti fu chiaro che le uniche magliette di Marco Kappa erano quelle vendute sul sito, le altre erano una vergognosa truffa. Alcuni venditori per strada furono aggrediti, i siti boicottati furono costretti a chiudere.

Erano trascorsi sei mesi, i giornali cominciarono ad accorgersi di questo fiume, qualcuno tentò di ricostruirne la storia e scoprire chi vi fosse dietro a Marco Kappa, i partiti nuovi indignati dissero che era solo una truffa dei poteri forti e delle banche, i partiti tradizionali dissero che era solo una truffa di chi aveva già fatto danni con i partiti nuovi. Decisi che era arrivato il momento raccogliere il frutto di tanto duro lavoro. Il governo era appena caduto, per la terza volta in due anni il Paese sarebbe andato al voto. Iniziai a fare lievitare l’idea, prima sul sito, poi sulla pagina di Marco Kappa, infine con le centinaia di profili e account paralleli: era arrivato il tempo di organizzare una enorme iniziativa per vederci e organizzarci, così la smetteranno di fregarci. Organizzai un crowdfunding, una raccolta di denaro, invitai a non versare più di 30 euro, perché già troppi soldi ci avevano rubato i partiti.

Bastò quella frase a farmi arrivare sul conto di una banca online le donazioni di quasi un milione di persone, tale era la rabbia che serpeggiava ormai nel Paese. Immediatamente trasferii 25 milioni di euro in una banca di un paradiso fiscale, partii usando semplicemente il mio passaporto, perché nessuno conosceva il mio ruolo. E poi che avevo fatto di male? Avevo chiesto di mandarmi 30 euro perché «Siamo stanchi di farci fregare». A Macao acquistai un passaporto falso, mi sistemai all’hotel Venetian, con un tablet aggiornai il sito. Cancellai tutte le cazzate pubblicate in sei mesi, apparve solo un’unica grande scritta: «Vi ho fregato». Eppure, secondo alcuni giornali il 13 per cento delle schede alle elezioni di tre mesi dopo fu annullato scrivendo: «Siamo stanchi di farci fregare».