Lasciatemi andare 515

4 Gennaio 2019

I tecnici mi accolsero nel laboratorio. Mi sorrisero e mi spiegarono cosa mi sarebbe successo. «L’esperienza che ha scelto di vivere durerà nella realtà poco tempo. E sarà sempre sul lettino. Sotto il nostro costante controllo. Non c’è alcun rischio. Quando però vivrà la vita e il mondo simulato le sembrerà un tempo molto lungo. Proverà emozioni che nel mondo reale abbiamo superato da molto tempo, come l’attrazione per un’altra persona, la sofferenza per una sconfitta, l’esaltazione per una vittoria.

Lo so, ora è tutto poco comprensibile, perché il mondo che i nostri scienziati hanno studiato è bizzarro, ad esempio la riproduzione avviene tramite il contatto tra due esseri. Ma è solo un’esperienza simulata, lei starà sempre su questo lettino, ma per rendere più veritiero questo viaggio dal momento in cui nascerà nel nuovo mondo sarà convinto che quello è reale, concreto. Non ci sarà nulla di vero, ma proverà sofferenza o felicità. In rari casi, rarissimi, può capitare che per qualche soggetto fallisca l’immersione totale nel mondo simulato, un po’ come un risveglio anticipato da un’anestesia. Se succederà, lei ricorderà anche la password: “lasciatemi andare 515”. Pronunciandola, la sua esperienza terminerà e si ritroverà nel mondo reale.

Altre due cose importanti: nel caso rarissimo di consapevolezza, per risvegliarsi eviti di ricorrere al suicidio, perché può lasciare segni profondi anche nel mondo reale; la seconda: ricorderà questa esperienza quando tornerà nel mondo reale e questa è la parte migliore, perché negative o positive saranno comunque emozioni intense. Secondo i nostri studi, nel bizzarro calcolo del tempo di questo mondo simulato, lei nascerà in quello che viene chiamato anno 1978. La durata di questa esperienza non è programmabile: può morire subito – che significa tornare al mondo reale, come sa – come dopo lungo, lungo tempo, che però, lo ripeto, nel mondo reale corrisponde a un lasso di tempo molto breve. Si goda questa esperienza e non dimentichi la password».

Risposi: «Lasciami andare 515».
«No – sorrise il tecnico – non si sbagli, è “lasciatemi andare 515”. Ma vedrà, non le servirà, i casi di consapevolezza incontrollata sono rarissimi».

Mi fecero stendere sul lettino, mi immisero nel sangue alcune sostanze chimiche. Nacqui in quello che nel mondo virtuale veniva chiamato anno 1978, in una piccola città che non assomigliava per nulla a quelle reali; cominciai a parlare e interagire, a provare affetto verso mia madre – chissà chi è nel mondo reale la persona che stava vivendo l’esperienza simulata di essere mia madre -, piansi quando mio padre se ne andò, sentii attrazione per una ragazza scuola e riuscii a mettere in pratica ciò che sognavo, nel modo bizzarro ed eccitante programmato da coloro che avevano studiato le dinamiche del mondo virtuale. Lo avevano chiamato sesso e serviva anche alla procreazione.

A vent’anni nacque quello che, secondo le dinamiche di quel mondo, era mio figlio, provai enorme affetto per lui. Sembrava andare tutto bene quando un giorno successe per la prima volta: capii. Persi i sensi dopo un incidente. E mi tornarono alla mente i tecnici, le loro parole, la password, e ancora prima la pubblicità che offriva l’esperienza irripetibile delle emozioni inedite in un nuovo mondo virtuale. Quando mi risvegliai ero consapevole, capii che nulla era reale. Non mi divertivo più, mi pareva un gioco folle, provai a parlarne con mia moglie e con mio figlio, ma mi guardarono sorpresi, risero pensando a uno scherzo. Ma quando, giorno dopo giorno, continuai a spiegare che quel mondo era una finzione che stavamo vivendo mentre eravamo stesi nel lettino di un laboratorio, mi urlarono di smetterla. Persi il lavoro, mi portarono da un medico, ma fuggii.

Mi inseguirono, spintonai via le infermiere, ne uccisi una con un coltello, non mi importava perché si sarebbe semplicemente svegliata nel mondo reale. Dovevo tornare, dovevo tornare, ma non ricordavo la password.

Ora sono seduto su un marciapiede, sto urlando «lasciami andare 515» ma non funziona, sto sbagliando qualcosa. I passanti mi guardano con disgusto e comincio a dubitare: forse è questo è il mondo reale e io sono impazzito? Arrivano degli agenti, mi colpiscono con dei manganelli. Urlo: «Lasciatemi andare 515». Funziona, è la password giusta, mi risveglio del laboratorio. I tecnici mi guardano, desolati: «Ci spiace, riavrà indietro i suoi soldi». Faccio sì con la testa, ma sento una inquietudine che non dovrebbe esistere qui. Forse il gioco sta proseguendo, forse sono in un’altra vita finta e devo ricordare un’altra password?