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Weezer: oltre a Buddy Holly c’è di più

1 Marzo 2021

Ooh-wee-ooh, I look just like Buddy Holly / Oh oh, and you’re Mary Tyler Moore. Per quei pochi di voi che non avessero riconosciuto il motivetto, lo diciamo subito: non stiamo parlando dell’icona del rock Buddy Holly, morta poco più che ventenne, ma dei Weezer, gruppo alternative rock made in L.A. Il 2021 li ha visti tornare sulla scena musicale con l’uscita del disco OK Human.

Noti al grande pubblico per il brano Buddy Holly, una di quelle canzoni in grado di risuonare nelle nostre teste con effetto earworm fino allo sfinimento, non si può parlare dei Weezer senza rifarsi al loro carismatico quanto nerd frontman Rivers Cuomo. Occhiali neri e spessi e capelli a scodella sono solo alcuni dei suoi tratti caratteristici. Come ha dichiarato lui stesso, il suo nome deriva dal luogo di nascita, ovvero “tra i fiumi” – Hudson e East River per la precisione, quindi a New York – e per la passione calcistica del padre che voleva omaggiare due grandi calciatori italiani del passato: Gigi Riva e Gianni Rivera.

A Rivers piace scrivere. Quella scrittura profonda e malinconica con la quale riempie pagine di diari. Nel 1995 viene ammesso a Harvard dove si laurea cum laude nel 2006, in letteratura inglese. Il 5 aprile 1994 è tristemente ricordato come il giorno il cui il leader dei Nirvana, Kurt Cobain, entra di diritto nel “Club 27”: a un mese da quella tragica data, esce The Blue Album, il primo lavoro dei Weezer. E visto che le coincidenze sono sempre dietro l’angolo, la produzione è a cura della Geffen Records, la stessa etichetta produttrice dei Nirvana.

In totale, gli album della band sono 14, se vogliamo includere anche OK Humans. Alcuni di enorme successo, come l’album d’esordio. Altri, come il secondo disco Pinkerton, che nonostante un aspetto aggressivo, vinile traslucido blu scuro con marmorizzazione nera e un titolo ispirato alla Madama Butterfly, si rivela un fiasco pazzesco. Proprio questo flop porterà Rivers Cuomo a mutare il suo stile di songwriting, passando da testi carichi di emotività a parole vuote, senza emozioni.

Studia nel dettaglio gli album pop da classifica, Oasis tra tutti, per individuare la formula perfetta per tornare a scalare le classifiche. Et voilà: anno domini 2001, l’album Weezer (The Green Album) diventa disco di platino. Dopo una serie di produzioni clone del terzo album, i Weezer ritornano nuovamente in classifica con Everything will be alright in the end. Tuttavia sarà il successivo The White Album nel 2016, con un sound del tutto californiano e ispirato ai Beach Boys, a confermare la loro ascesa.

E poi di nuovo sulle montagne russe: uno scialbo Pacific Daydream e un notevole lavoro con The Black Album. A conti fatti i Weezer sono in grado di creare inni generazionali e canzoni brutte, una band con i suoi pro e contro, ma di sicuro totalmente umana e autentica.

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