Olvidar

11 Settembre 2018

Il servizio si chiama Olvidar, in spagnolo, ma la società è americana. Altre compagnie hanno prodotto profitti esorbitanti offrendo la possibilità di ritoccare e migliorare le tracce che ognuno di noi ha lasciato nelle rete. Olvidar promette altro: eliminare pezzi della nostra vita.

Fa sparire ogni testimonianza di qualcosa che non vogliamo sia ricordato, come un lavoro finito male o un matrimonio fallito. A Olvidar però non è mai arrivata una richiesta come quella che Davide è andato a illustrare di persona, a Seattle, nella sede di Olvidar. La dirigente che l’ha ricevuto, dai lineamenti asiatici, è giovane e indossa jeans e una t-shirt. Balbetta e per la prima volta si sente in imbarazzo. Davide, che ha 45 anni e un viso scavato ma sereno, le ha appena detto: «Ho un male incurabile e tra meno di un anno morirò. Vi chiedo di cancellare tutte le tracce della mia esistenza: ho provveduto da solo a eliminare i miei profili sui social network, ma è insufficiente. Voglio che scompaia qualsiasi citazione su internet del mio nome, qualsiasi foto cartacea, documenti, file. Ho avuto una vita anonima, sono stato sposato ma non ho figli. Non deve restare nulla di me. Certo, non potrete intervenire sui registri del Comune o dell’Agenzia delle Entrate, ma una volta morto non li andrà a vedere nessuno. Deve essere come se io non fossi mai nato».

Amy, questo è il nome della dirigente di Olvidar, sospira. The show must go on, pensa, però sente come un vento freddo, per arrivare dove è ora ha fatto soffrire alcune persone, ma la richiesta dell’italiano le causa tristezza profonda. «Ci sono ragioni particolari per questa sua richiesta? Ha commesso reati o azioni di cui si vergogna?». Davide sorride. «No, non ho nulla di cui vergognarmi. Semplicemente voglio morire sapendo che non resterà nulla della mia vita. Vi pago».

Tre mesi dopo Laura, l’ex moglie di Davide, riceve una strana telefonata. Strana almeno quanto le richieste ricevute nelle ultime settimane da una società americana che le ha chiesto tutte le foto, i documenti e i messaggi in suo possesso di Davide. Le hanno offerto molti soldi, ha chiamato Davide che le ha detto di accettare, di non preoccuparsi. Al telefono c’è una signora non più giovane, le spiega che è una amica della madre di Davide, morta cinque anni prima. Le racconta che suo figlio è il medico che ha in cura Davide e le rivela che gli restano pochi mesi di vita. Laura si mette sulla difensiva, pensa a uno scherzo di cattivo gusto, «scusi perché una notizia di questo tipo me la dovrebbe comunicare una persona estranea?». «Perché non c’è tempo da perdere, Davide sta facendo qualcosa di brutto e triste, sua madre non lo avrebbe mai voluto, è ingiusto». La donna spiega a Laura di avere ricevuto anche lei la telefonata della società americana che voleva acquistare delle foto di Davide. Lei purtroppo non ne ha più, ma si è insospettita e, tramite il figlio, ha scoperto il piano di Davide. «Vuole cancellare tutta la sua vita, non è giusto, Maria, la madre, non avrebbe voluto. Bisogna fermarlo, è inumano. Ho provato a parlargli, mi ha detto che non era affar mio, per la prima volta da quando lo conosco è stato irrispettoso». Laura è infastidita, «se Davide lo ha deciso, è giusto così».

Laura non telefona all’ex marito, neppure per chiedergli se è vero che sta morendo. Un giorno riceve un’altra telefonata dalla donna anziana: «Davide è morto. Non ha voluto che si svolgessero i funerali. Non è rimasto più nulla di lui». Laura interrompe la telefonata. Va su Google, digita il nome e il cognome di Davide. Nulla, solo omonimi.

Amy sta guidando un’auto scoperta a San Diego, dove è tornata a trovare la famiglia. È allegra, la società sta andando bene, gli azionisti sono soddisfatti. Anche un lavoro complicato come quello dell’italiano è riuscito. Può sempre sfuggire qualcosa, pensa Amy, ma tutto ha funzionato grazie alla sua pignoleria. Squilla il cellulare, accosta. È il suo collaboratore. «Abbiamo un problema» dice. Amy alza lo sguardo e vede un enorme cartellone pubblicitario. È la pubblicità di una bevanda famosa. C’è una foto di gente in spiaggia, in primo piano c’è Davide. «Come è successo, merda?» urla. «È una vecchia foto che l’italiano si era lasciato scattare da un’amica australiana. La tizia l’ha pubblicata su Facebook qualche anno fa, quelli dell’agenzia pubblicitaria l’hanno vista per caso cercando tra un milione di immagini l’anno scorso, prima del nostro intervento. Abbiamo indagato: l’ha venduta, ma neppure ricordava il nome di quell’italiano conosciuto in vacanza. Ora potremmo fare causa, ma la campagna pubblicitaria è già partita in tutto il mondo, i manifesti che vedi sono uguali a Shanghai o Londra. Sta diventando virale in rete, tutti si chiedono chi sia quel bell’uomo in primo piano».