Policia y dolor

3 Gennaio 2020

«Ti devo raccontare una storia. Non ti piacerà. Non ha un lieto fine. Il cinema e la televisione ti hanno fatto il lavaggio del cervello, portato a pensare che bene o male, le cose termineranno sempre allo stesso modo. Segui la sceneggiatura di un film: inizio incerto, svolta positiva, caduta verticale che sembra compromettere tutto e finale che rimette ogni cosa al suo posto.

Magari i protagonisti si sposano e sono felici, magari l’eroe muore però ci sarà sempre una morale di fondo. Prevista e prevedibile. La vita è differente, le vite sono differenti. Questa storia si svolge in una città dell’America Latina che preferisco non rivelare. Non è importante. Due bambini nascono nello stesso giorno in un ospedale. Le madri sono vicine di casa e amiche. Così i due crescono insieme, frequentano le stesse scuole, spesso uno dorme dall’altro, sono come fratelli, sfidano le bande del quartiere dei ragazzi più grandi, ogni volta ne escono con le ossa rotte, ma più forti. Un prete li prende in simpatia, li toglie dalla strada, d’accordo con le madri li aiuta a studiare, «sono differenti dagli altri, hanno un futuro, hanno sentimenti buoni» dice il sacerdote alle madri.

Ma a tredici anni vedono una banda entrare in chiesa, sentono il tuono delle mitragliette. Il prete viene ucciso. Quel giorno i due amici decidono che da grandi diventeranno poliziotti. «Ma faremo una brutta fine» dice uno, «non importa», risponde l’altro, poi si tagliano le mani con un coltello e mescolano il sangue, un patto che hanno visto in un film. Vent’anni dopo i due ragazzini sono cambiati. Sono uomini. Hanno percorso molta strada. Non sono più nella piccola città, ma nella capitale dello stato, in un corpo speciale formato per combattere i narcotrafficanti e mantenere lontana la corruzione che soffoca la polizia. «Noi siamo differenti», «siamo pronti a morire» si dicono un giorno, dopo la loro prima missione in cui hanno sfiorato la morte e vinto la paura. Si tagliano di nuovo le mani, mescolano di nuovo il sangue.

Cinque anni dopo, a breve distanza l’uno dall’altro, entrambi si sposano, entrambi hanno un figlio. Le mogli si conoscono, si frequentano, poi però succede qualcosa di imprevisto. Il narcotrafficante più importante dello stato sbaraglia la concorrenza, si allea con il governatore, e corrompe anche il corpo speciale. Uno dei due accetta i suoi soldi, molti soldi, è stanco di combattere una battaglia che non sarà mai vinta. Vuole che il figlio cresca con più possibilità di quelle che ha avuto lui. E solo con i soldi potrà offrirgliene. L’amico rifiuta, prende a pugni l’altro quando scopre che ha accettato di farsi corrompere. Non c’è reazione, ma da quel giorno non si parlano più. Uno dei due diviene sempre più ricco e fa carriera, l’altro viene rimandato al paese di origine dove tira avanti con uno stipendio da fame.

Un giorno figli dei due poliziotti, quasi contemporaneamente, si ammalano. I medici dicono che hanno una malformazione al cuore; le mogli, che di nascosto dal marito continuano a parlarsi al telefono, scoprono che per una coincidenza incredibile i due ragazzini hanno lo stesso problema, le stesse probabilità di morire. E sono altissime. No, non è vero, le probabilità non sono le stesse. Il figlio del poliziotto corrotto, grazie ai soldi accumulati dal padre, viene trasportato negli Stati Uniti e con una costosissima operazione viene salvato. Avrà una vita normale. L’altro bambino, il figlio del poliziotto onesto, è ricoverato nell’ospedale cadente della piccola cittadina. Non ha sperenze».

«Perché hai voluto raccontarmi questa storia? Per dimostrarmi che nella vita conviene esse disonesti e malvagi?». «Non voglio dimostrare nulla. Ma quale è stato il padre migliore? Io non lo so». Silenzio per una decina di secondi. «Ma il figlio del poliziotto onesto è morto?». «Il narcotrafficante è intervenuto. Ha detto che avrebbe pagato l’operazione anche per l’altro bambino, ma a una condizione». «Quale? Il poliziotto onesto non gli serviva più, no? Ormai era tornato a dirigere il traffico nella città di origine». «Il boss ha detto che avrebbe pagato l’intervento se il padre del bambino fosse andato a ringraziarlo. Soltanto quello, non chiedeva altro. Lo ha fatto. Il bambino si è salvato. Il padre ha cominciato a bere, è stato cacciato dalla polizia, ha reso la vita della moglie e del figlio un inferno, ma stava soffrendo più di loro. È morto una decina di anni dopo, non ha mai rivisto l’amico, il poliziotto corrotto, che è ancora vivo ed è proprietario di una catena di supermercati. Il figlio si è laureato negli Stati Uniti ed è considerato uno degli sceneggiatori più promettenti delle serie tv». «Sei tu?». «Sì, ma non vado fiero della mia storia, non sarà mai la puntata di una serie». «L’altro bambino?». «Ha iniziato a drogarsi, vive per strada. Forse è morto, forse no».