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Turnaround – Shirley Scott, “Superstition”, la recensione

1 Dicembre 2017

Definita “la regina dell’organo”, Shirley Scott è, probabilmente, l’organista più famosa del pianeta, l’equivalente femminile di Jimmy Smith.

Nel corso della sua lunga carriera – solo a suo nome ci ha lasciato una cinquantina di titoli – si è dedicata ad esplorare il rassicurante terreno mainstream del soul-jazz, con risultati di qualità. Tra i tanti sassofonisti che l’anno accompagnata occorre ricordare almeno suo marito, Stanley Turrentine, Eddie “Lockjaw” e  Harold Vick.

Dotata di un attacco formidabile, le sue note, imbevute di blues nero e groove soul, danno vita fraseggi incendiari, ricchi di energia e feeling. “Sull’organo, nessuno sa quanti suoni diversi puoi ottenere. È un numero davvero infinito di toni”, ricorda la Scott. Con Superstition il soul jazz diventa decisamente più grintoso e funk.

L’esplosivo organo di Shirley Scott è sostenuto da numerosi fiati ed è accompagnato da alcuni grandi nomi, tra i quali Ron Carter e Richard Evans al basso, Jimmy Ponder, Ramon Morris e Clifford Davis al sax, Jimmy Owens alla tromba e Grady Tate alla batteria. Tra le numerose cover la title track, Superstition, di Stevie Wonder, Lady Madonna dei Beatles e Ultimo tango a Parigi di Gato Barbieri.

Shirley Scott
Superstition (Cadet, 1973)