Snow in Damascus!

1 Settembre 2018

Come nasce il gruppo? E da cosa proviene la scelta del nome?
Il gruppo è nato semplicemente intorno a una manciata di idee scritte da Gianluca, dall’esigenza e dalla voglia di registrarle e poi di suonarle in giro, e questa cosa ha fatto coagulare le storie e le sensibilità dei cinque musicisti che compongono il gruppo. Il nome è un’esclamazione (per quello ci teniamo al “!” finale, nonostante non vada d’accordo con domini e profili) pensata da un personaggio del libro Zeitoun di Dave Eggers, quando nel momento di maggior disperazione della sua vita, all’arrivo in Siria è colta dallo stupore per la nevicata in corso, che non si aspettava a Damasco: quello stupore coincide con una specie di microscopico scarto emozionale che in qualche modo riaccende il suo spirito e rimette in moto la sua storia. Ci sembrava un bell’insieme di cose a cui ispirarsi.

Il vostro ultimo lavoro è uscito a gennaio, Unconscious Oracle: ce ne parlate?
Questo è il secondo lavoro per noi, uscito grazie agli sforzi congiunti di Dreaming Gorilla e Stoutmusic (che aveva già pubblicato il nostro esordio), e soprattutto grazie a chi ci ha sostenuto in una campagna di crowdfunding che se all’inizio ci vedeva quasi scettici, ha invece rappresentato un’esperienza molto positiva, che ci ha insegnato molto su come poter curare un progetto come il nostro e ci ha dato l’occasione di dar vita a collaborazioni preziose come quella con il disegnatore Andrea Guerrieri che ha lavorato alla grafica e con i ragazzi di Dromo Studio che hanno realizzato il videoclip di Falling Upwards. Il disco non è certo un concept album ma ci siamo accorti, quasi a posteriori, che è attraversato da alcuni elementi che riconosciamo come possibili chiavi di lettura, uno dei quali è sicuramente quello legato all’idea del binomio vista/cecità: ci siamo scoperti distanti da questa specie di ossessione per il guardarsi e il farsi guardare in cui ci troviamo un po’ tutti immersi, e l’idea di sottrazione dello sguardo, e quindi anche di sé stessi, ci sembra invece qualcosa di quasi liberatorio, che apre alla possibilità di (ri)scoprirsi vivi, o di immaginarsi tali in modo nuovo. L’”oracolo” del titolo si riferisce alle capacità divinatorie che fin dall’antichità sono associate alla condizione della cecità, ed è quasi un invito a ritrovare la propria cecità – non è un caso che il disco si chiuda con Make me blind.

I brani del disco creano contrasti ma anche una certa intimità con e nell’ascoltatore. Cosa ispira la vostra musica?
All’inizio della lavorazione di Unconscious Oracle è capitato che quasi tutti noi leggessimo L’arte di scomparire di Pierre Zaoui, un saggio in cui il filosofo attraversa il concetto di “discrezione” anche come esperienza di distanza dal mondo, che risponde a un bisogno di assenza che probabilmente appartiene a tutti: questa specie di paradosso tra l’innata necessità di comunicazione e di contatto umano e la ricerca di spazi di silenzio e assenza, di “discrezione” appunto, è probabilmente il territorio che più tendiamo ad esplorare quando facciamo musica.

Come siete cambiati voi e la vostra musica dal primo disco del 2014, Dylar?
Forse anche più di quanto si senta: a parte le rivoluzioni personali (traslochi, cambi di lavoro, bambini e quant’altro), si può dire che Dylar è il disco che ha fatto il gruppo, mentre Unconscious Oracle è il disco fatto da quel gruppo – siamo sicuramente più avanti nel percorso di definizione di quella che è la personalità degli Snow in Damascus!, e probabilmente il ruolo più centrale dell’elettronica e dell’utilizzo della voce di Giorgia rispetto a quanto fatto nel primo lavoro sono direzioni che continueremo a percorrere.

Cosa ne pensate del panorama musicale dell’Umbria?
Noi siamo in realtà un po’ alla periferia di tutto, anche rispetto al resto della regione, ma a noi sembra che la scena locale sia più che viva: è vero che lo è in maniera diversa rispetto a qualche anno fa, nel senso che si fanno forse più rari i club o i festival capaci di “vivere di scena indipendente” e di offrire palchi medio-grandi, per una serie di ragioni che sarebbe lungo affrontare qui, ma non ci piace affatto chi scivola nella nostalgia di “età d’oro” che forse non ci sono mai state davvero. Lo spettro delle proposte artistiche è sicuramente in crescita, e il numero di spazi dove trovare musica dal vivo pure: magari piccoli, di certo non capaci di grandi budget, ma comunque preziosi per entrare in contatto con artisti e ascoltatori nuovi. La musica sta bene, e trova sempre un modo per arrivare alle orecchie di chi la cerca.

Un sogno nel cassetto?
Una risposta è a quattro dimensioni: spazio e tempo! A parte gli scherzi, la sfida maggiore per gli Snow in Damascus! è al momento trovare una “casa” dove poter suonare senza dover fare il tour delle sale prova… e più tempo per incontrarsi a lavorare a qualcosa di nuovo.

Tre canzoni chiave (non necessariamente vostre) per voi?
Siamo ascoltatori quasi onnivori, quindi è difficilissimo, andiamo a impulso sapendo di sbagliare: Pray for rain dei Massive Attack per l’equilibrio tra suoni acustici ed elettronici, atmosfere scure e momenti “uplifting”. Qualcosa dei Low – facciamo Murderer, che suoniamo anche in qualche concerto – per il modo in cui utilizzano le voci maschile e femminile e la capacità di costruire una musica tanto semplice quanto intensa. Radio Silence di James Blake perché è un esempio di quanta anima possa passare attraverso una drum machine e dei synth.

Progetti per il futuro?
Stiamo lavorando per pubblicare in autunno 2018 un EP con i remix di alcuni pezzi di Unconscious Oracle. Poi ovviamente ci piacerebbe continuare a suonare il disco dal vivo, speriamo di farci vedere in giro spesso dopo l’estate.

Eleonora Anzini


SNOW IN DAMASCUS!

Gianluca Franchi – voce e chitarra
Ciro Fiorucci – batteria ed elettronica
Giorgia Fanelli – voce ed elettronica
Matteo Bianchini – basso, clarinetto ed elettronica
Michele Mandrelli – elettronica e voce

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