“So dove sei”, un racconto di Mauro Evangelisti

26 Febbraio 2020

Helen guardò l’ora proiettata sulla parete dell’appartamento al dodicesimo piano. Si affacciò alla finestra, nella notte senza luna illuminata dai fari, ma si rese conto che era stupido pensare di potere vedere o anche solo intuire la sagoma di Paul. Erano trascorse almeno dodici ore da quando era uscito dicendo “torno appena posso”. Il tempo era passato, l’incertezza era aumentata, insostenibile. Era una sensazione antica: in passato, prima dei cellulari, non sapevi dove fosse una persona che si era allontanata. Nell’epoca degli smartphone, della tracciabilità, della comunicazione costante in cui viveva Helen, potevi sempre sapere dove si trovasse la persona che stavi aspettando.

Quando leggeva vecchi libri o vedeva vecchi film, Helen rifletteva sul fatto che molte storie, incardinate sul tema dell’allontanamento, della perdita, della ricerca – lui che ha perso tracce di lei, lei che cerca ovunque lui senza successo, canovacci di equivoci generati dalla impossibilità di comunicare – ormai non avevano più senso. Paul però era uscito volontariamente senza lo smartphone, senza carte di credito, senza un qualsiasi oggetto che lo rendesse rintracciabile. «Torno appena posso»: quelle parole risuonavano ancora nella mente di Helen che, mano a mano che le ore trascorrevano, doveva combattere contro l’istinto irrazionale di provare a telefonare o a mandare messaggi a Paul, un’azione stupida visto che il suo smartphone era sul tavolo.

Sentì il boato di una esplosione, si affacciò alla finestra e vide lontana una colonna di fuoco e di fumo. La paura si moltiplicò. L’ansia era potente, ma non ebbe il tempo di elaborala perché un altro rumore violento arrivò alle sue spalle. La porta dell’appartamento era stata abbattuta. Una ventina di uomini in divisa, con mitragliette e i visi nascosti dalle maschere protettive, invasero il salone. Helen urlò. Un uomo, l’unico senza armi, probabilmente il capo, l’afferrò e le strinse forte le spalle. «Non è il momento di urlare – le disse – è il momento di parlare». Helen rimase in silenzio, l’uomo la spinse sul divano, «chissà se hanno già preso anche Paul», pensò. La risposta arrivò da una domanda, scandita con durezza dal capo dei militari. «Dov’è suo marito?». «Non so – la notizia che Paul non era stato catturato la rese sprezzante – non siete voi che conoscete la posizione di tutti?». Il poliziotto aprì lo schermo piegato in quattro del suo smartphone, osservò su una mappa un puntino lampeggiante, si diresse verso la cucina e tornò con il cellulare di Paul. «Perché suo marito non è qui? Sapete che è proibito allontanarsi dal proprio smartphone. Chi lo fa, chi non vuole diffondere la propria posizione, è perché ha qualcosa da nascondere. Che cosa ha da nascondere suo marito?».

Helen capì che era il momento di restare in silenzio. Paul era andato a incontrare la banda dei ribelli, nascosta in uno dei quartieri periferici, nei sotterranei. Paul, con le sue competenze di scienziato, li avrebbe aiutati a beffare il sistema dei controlli. Helen finse di piangere. Il capo dei poliziotti non credette alle sue lacrime. «Sappiamo che anche lei è una simpatizzante dei ribelli, dei nascosti. Se non collabora e se non lo fa in fretta, le conseguenze saranno molto gravi». «È uscito e ha dimenticato lo smartphone, non so dove sia. Ma può capitare, no?». Il capo della polizia la colpì con uno schiaffone. «Lei forse dimentica di vestirsi quando esce di casa, va per strada nuda? Si dimentica di mangiare o di andare al gabinetto? Nessuno dimentica lo smartphone, chi lo fa è perché non vuole essere localizzato. Perché ha qualcosa da nascondere. Voi cosa avete da nascondere?». Un altro schiaffo. Helen si pulì la bocca con una mano, vide che c’erano tracce di sangue, sentì la rabbia montare. «Con che diritto mi picchiate? Anche se sapessi dove è Paul, non ve lo direi mai».

Il capo della polizia rise, lo imitarono gli altri agenti che nel frattempo avevano appoggiato le armi per terra e si erano seduti sui divani e mangiavano delle arance trovate in cucina. Disse il capo della polizia: «Bene, allora se l’è cercata, questo lo prendo io – afferrò lo smartphone di Helen – cancelleremo tutto la memoria, lei non sarà più nessuno, non avrà più una identità digitale. Lei non esisterà più, non è questo che volete in fondo?». Helen urlò «no, no», con una forza inaspettata spinse l’uomo, riprese lo smartphone e, senza che gli altri riuscissero a fermarla, corse fuori. Il capo della polizia si rialzò, si fece dare uno spicchio di arancia e aprì di nuovo il display del suo smartphone. «Corri, corri, dove pensi di andare?» disse, seguendo un puntino sulla mappa.

Mauro Evangelisti