Turno di notte

28 Febbraio 2017

Quella notte non prometteva nulla di buono. La pioggia stava cadendo, copiosa, da molte ore, le strade erano allagate e nessun ombrello avrebbe riparato chi, come Pietro, tentava di raggiungere il pronto soccorso dal parcheggio dove aveva lasciato la macchina in panne. Arrivò in orario, era di turno fino alle 6 del mattino, indossò il camice. «È fradicio, dottore» gli disse Anna, lui si toccò i capelli e si andò in bagno ad asciugarsi. Erano quattro mesi che se ne era andato di casa, aveva chiesto la separazione da Lucia e da allora non aveva avuto un solo dubbio: era stata la cosa giusta. Ma la sua infelicità non si era placata, anzi era stata affiancata da un’ansia continua perché cominciava a pensare che la causa del suo stare male non era il matrimonio sbagliato, ma la sua vita stessa. Per questo non gli pesavano i turni di notte in pronto soccorso, anzi erano quasi una benedizione: non aveva tempo di pensare e di giorno poi dormiva quasi senza sosta.

«Ci hanno avvertito dalla centrale del 118 – urlò Anna, facendo irruzione nella stanza dove si stava asciugando i capelli – c’è stato un brutto incidente sulla Tiburtina, un ubriaco con un Suv ha preso in pieno una Panda, sta arrivando una donna, politraumatizzata, è incinta». «Si balla» pensò Pietro, con il cinismo che serviva a dargli forza. La barella entrò nel pronto soccorso, spinta da due infermieri affannati; il viso della donna era ricoperto di sangue. Pietro guadagnò la lucidità che aveva come dono in questi casi, per questo era un ottimo medico del pronto soccorso, «il migliore – dicevano gli infermieri quando lui non sentiva – ma non farà mai carriera perché non ha appoggi politici». Sei ore dopo la donna era sta stabilizzata e intubata, il collega di chirurgia fece i complimenti a Pietro perché per merito suo si era salvata e non aveva perso il bambino. «Ma non ha parenti?» chiese Pietro, ancora sudato e svuotato di energie. «Non aveva documenti, mi hanno detto i tuoi infermieri». Pietro non lo faceva mai, preferiva dimenticare i casi che passavano dal pronto soccorso, non voleva sapere come erano andati a finire perché questo limitava lo stress, però questa volta volle affacciarsi nella camera della donna. È solo allora – dopo sei ore trascorse a curarla, a esaminare ferite e lesioni, a disporre esami e analisi, mosse e contromosse – si accorse che era Lucia.

«È mia moglie…la mia ex moglie…» balbettò al primario di chirurgia, un uomo tarchiato con pochi capelli bianchi e una folta barba bianca. «Ma che dici, Pietro?». Sentì di perdere le forze, che sarebbe caduto a terra come un medico alle prime armi e al primo turno di notte, il collega lo capì, lo afferrò e lo trascinò nel suo studio. Gli preparò un caffè. «Bevi questo. Ma davvero non ti eri accorto che è tua moglie?». «Non so come sia potuto succedere, ma sì, ero come in trance perché dovevo decidere cosa fare e … Non me ne sono reso conto. Ma senti, secondo te… Di quanti mesi è?». «Non spetta a me dirlo, però mi pare almeno di sei o sette mesi, penso». «Allora il figlio potrebbe essere mio».

Mentiva: sapeva che era figlio suo, perché prima di andarsene da casa, quando ancora non aveva annunciato a Lucia le sue intenzioni, forse perché una vera decisione non l’aveva ancora presa, varie volte aveva fatto l’amore con lei senza prendere precauzioni. Era un modo irrazionale per cercare un pretesto che lo convincesse a restare. Certo, sulla carta poteva anche essere figlio di un altro, forse Lucia aveva un amante e lui non lo sapeva. Ma per quanto la conosceva, poteva escluderlo, di lei un tempo gli erano piaciuti proprio il rigore, i valori, il suo essere cattolica senza compromessi. Quando le aveva chiesto la separazione, Lucia aveva pianto non solo perché lo stava perdendo, ma perché riteneva inconcepibile l’epilogo di un matrimonio. Eppure, non gli aveva detto nulla, non gli aveva spiegato che stava aspettando un bambino da lui, non aveva più voluto parlagli, lasciando che a gestire la separazione fossero gli avvocati, «non voglio un euro da te, stai tranquillo, ma se devi uscire dalla mia vita, fallo in modo totale» erano state le ultime parole. «Sei sicuro che il neonato è salvo?» chiese al collega, mentre i suoi pensieri correvano veloci. «Penso di sì e gran parte del merito è tuo. Se davvero è tuo figlio è come se gli avessi donato la vita una seconda volta» gli diede una pacca sulle spalle e se ne andò. Pietro rimase a fissare la parete e a farsi delle domande, ma l’infelicita che aveva dentro gli stava dando tregua.