Una grande storia d’amore

1 Aprile 2018

«Sai cosa penso? Penso che tu abbia ucciso mamma». Giovanni si ascoltò pronunciare quella frase e quasi non credette di averlo detto sul serio. Il padre, Alberto, invece lo fissò allibito, a bocca aperta. «Ma sei impazzito? Maria è scomparsa, magari ha avuto un incidente e ha perso la memoria. O magari se ne è andata di sua volontà. Forse l’hanno rapita. Prima o poi la troveremo».

Giovanni non si calmò e insistette, ormai era convinto della sua conclusione per quanto incredibile: «Non hai mai perdonato mamma per averti lasciato e per tutti questi anni hai finto. Hai aspettato il momento giusto o semplicemente quello in cui ormai non avevi più nulla da perdere. L’hai fatta venire con una scusa a casa tua, l’hai colpita e l’hai uccisa. Poi hai fatto a pezzi il corpo, in fondo hai lavorato per tanti anni come macellaio, no? Per te non è stato difficile. E hai gettato i pezzi da qualche parte, forse nel fiume. Ecco perché da due settimane mamma non si trova più».

Alberto non riuscì a trattenere l’ira, si alzò, sia pure a fatica, dalla poltrona. Stava per piangere. «Ma mi hai visto? A stento mi reggo in piedi, ho 75 anni e non mi ricordo più dove metto le cose. Il dottore mi ha anche impedito di guidare la macchina. Un braccio mi trema e l’altro a stento riesco a sollevarlo. Tua madre è una donna di 62 anni e ne dimostra dieci di meno. Secondo te, anche volendo, anche accettando per un attimo la sola ipotesi che io che non ho mai fatto male a una mosca possa ammazzare qualcuno, come avrei potuto colpire tua madre, ucciderla, tagliarla a pezzi… Dove avrei trovato la forza? Ma ti rendi conto di quello che dici?».

Restò pochi secondi in silenzio mentre Giovanni lo fissava con uno sguardo di sfida che però stava perdendo convinzione. «Ma poi perché? Perché dopo tanti anni dovrei vendicarmi solo ora di Maria? – proseguì sempre restando in piedi e passandosi una mano tra i capelli bianchi – Sono trascorsi quarant’anni da quando Maria mi ha lasciato. Tu eri ancora piccolo, lei ti caricò sulla Cinquecento e se ne andò da sua madre, tua nonna, senza darmi una spiegazione. Certo, sono stato malissimo, come potrei negarlo? In un giorno avevo perso tutto, mia moglie, mio figlio. Certo, l’ho odiata. Ma cosa potevo fare? Rischiavo di perderti per sempre, di non rivedere mio figlio, non potevo reagire in modo violento. E poi io a Maria volevo bene, sapevo che aveva un tumulto dentro, che non riusciva a stare ferma. Ho accettato la situazione. Con il tempo abbiamo ricominciato a parlarci. Lei ha sempre rispettato i periodi disposti dal giudice in cui potevamo vederci. La vita non va sempre come vorresti, bisogna accettarlo». Di nuovo silenzio.

Squillò il cellulare e Giovanni rispose nella speranza che vi fossero notizie di Maria, che finalmente l’avessero trovata. «No, non mi interessa, non è il momento» lo sentì dire Alberto. Poi Giovanni gli spiegò: «Era uno di quelli che tentano di venderti qualcosa al telefono». Tornò il silenzio, poi Giovanni riprese a parlare, senza il tono accusatorio nei confronti del padre: «Però tu sei sempre rimasto innamorato di mamma». «È vero, non lo posso negare, per me è stata una grande storia d’amore. Ho fatto sempre finta di non veder le relazioni che ha avuto dopo la separazione e non ho mai voluto indagare per capire se ne avesse avute anche durante il matrimonio. Non era importante, alla fine ho imparato ad amarla da lontano, a distanza, anche per il bene tuo. Soprattutto per il bene tuo. Ho pensato solo a lavorare, a mandare avanti la macelleria, a spedirvi i soldi tutti i mesi, a farti studiare. Giovanni, io non lo so dove è Maria, ma ti assicuro che sto male quanto te». «Sì, scusami, papà ma questa storia mi sta distruggendo, non ci sto capendo più nulla, sono disperato». «Dai, fammi compagnia per cena, ho lo stufato in forno, è solo da scaldare. Anche a me non piace restare da solo, penso sempre a Maria, è come se fosse sempre con me, in questi giorni ancora di più che in passato».

Mangiarono, bevvero vino, telefonarono di nuovo a un maresciallo dei carabinieri amico di famiglia per chiedere se vi fossero novità. «Ora devo andare papà, a casa Lidia mi aspetta». «Certo, certo, salutamela». Chiusa la porta, rimasto solo, Alberto sparecchiò la tavola, lavò i piatti. Poi aprì il congelatore: «Ancora ce n’è. Povero figlio mio così ingenuo, neppure sai cosa hai mangiato», disse parlando da solo, come ormai faceva spesso.