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Il pesce di Sant’Andrea, un’antica tradizione viterbese

1 novembre 2018

Durante il mese di novembre, le vetrine di pasticcerie e di altri negozi di Viterbo si riempiono di un particolare prodotto artigianale in cioccolato, avvolto in colorati involucri di carta stagnola: il pesce di Sant’Andrea.

Il 30 novembre di ogni anno, infatti, in occasione della ricorrenza di Sant’Andrea è usanza diffusa nel capoluogo della Tuscia, e in misura minore in alcuni centri della provincia, regalare dei pesci di cioccolato ai bambini, ai familiari o alla persona di cui si è innamorati. Il pesce di Sant’Andrea segue lo stesso “funzionamento” dell’uovo di Pasqua: il cioccolato fuso viene sagomato in appositi stampi di forma ittica e al suo interno viene collocata una sorpresa.

Il pesce è stato uno dei simboli del cristianesimo fin dagli albori. Fu il pescatore Andrea, fratello di Simone che poi divenne Pietro, a scoprire per primo Gesù e a farlo conoscere a Pietro. Entrambi condivisero con Cristo il loro destino: San Pietro fu crocifisso a testa in giù, Sant’Andrea su una croce a forma di X, che fu chiamata appunto “croce di Sant’Andrea”.

Secondo la tradizione, a Viterbo il pesce di Sant’Andrea veniva portato ai bambini dall’apostolo pescatore nella notte tra il 29 e il 30 novembre. I bambini collocavano un piatto vuoto sul davanzale della finestra o sulla porta di casa e al mattino vi trovavano il pesce e altri doni.

Questa usanza era particolarmente viva nell’antico quartiere di Pianoscarano, la cui chiesa parrocchiale è intitolata proprio a Sant’Andrea. Un tempo, il parroco era solito collocare i pesci di cioccolato nell’acquasantiera nella notte di Sant’Andrea.

Sant’Andrea è venerato anche in provincia, soprattutto a Canino, di cui è patrono: qui nel pomeriggio del 29 novembre si svolge la tradizionale “scampanata” per allontanare gli spiriti maligni. Altre tradizioni sono vive a Latera, Marta e Tessennano.