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Lo spirito di Rocco Caligiuri per il rugby italiano

18 Ottobre 2021

A volte, anzi sempre, alla Nazionale italiana di rugby ci vorrebbe lo spirito di Rocco Caligiuri. La sua energia, la sua precisione, la sua sfacciataggine.

Tempi grami, per l’ovale azzurro, dopo le sbornie, comunque sporadiche, di qualche vittoria prestigiosa. Che però, in un modo o nell’altro, arrivava. Oggi il buio. Almeno dal 2014 l’Italia è terribilmente regredita di fronte alle potenze del Sei Nazioni e non ne azzecca più una. Partite frustranti, dove l’avversario di turno – che si chiami Inghilterra, Francia, Galles, Irlanda o Scozia – fa man bassa di mete. Palesando le lacune di un movimento sì cresciuto, ma mai quanto dovrebbe per giocarsela con quelle là.

E la frustrazione di cui sopra emerge forte e chiara, soprattutto, di fronte all’ennesimo calcio piazzato spedito fuori dai pali. All’ennesimo errore maldestro. O, in particolare, all’ennesimo pallone da calciare lontano in touche per guadagnare campo (il rugby è conquista del territorio) ma che fatica a uscire oltre la linea mediana.

Rocco Caligiuri, almeno, quel problema non ce l’aveva. Perché nella sua gamba sinistra aveva la “bombarda”. Un calcio potente e preciso e l’ovale andava dove doveva andare. Proprio quello di cui, tra le tante cose, ci sarebbe bisogno oggi per provare a combinare qualcosa in più.

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Rocco Caligiuri / Foto: Wikipedia.

Rocco Caligiuri, calabrese di Roma

Ma chi era questo Rocco Caligiuri? Marco Pastonesi lo definisce il rugby del Novecento. Oh, non date retta al “si stava meglio quando si stava peggio“. Quando si stava peggio, si stava peggio, punto. Rugby compreso. Forse si era solo un po’ più spensierati. Perché ai tempi di Rocco, la palla ovale nostrana non era molto altro che fango, sangue, spiccioli e poche soddisfazioni. Il Sei Nazioni era Cinque e tale sarebbe rimasto per decenni.

Caligiuri, cognome non mente, aveva origini calabresi. Di Oppido Mamertina, per la precisione, dove vide la luce nel 1950. Ma fin da piccolo Rocco e i suoi (otto) fratelli crebbero a Roma. E altrettanto presto mise il suo micidiale piede sinistro a servizio del rugby, lasciando perdere il calcio, e pure la scuola. Gran bel fisico, battuta pronta, dongiovanni, Rocco giocò nel ruolo di estremo e, talvolta, mediano di apertura.

Proprio altri tempi: quindici anni di carriera, dal 1965 al 1980, tutti nel Rugby Roma. Che con lui salì dalla C alla A sfiorando lo scudetto. Poi la Nazionale, 26 presenze. L’Italia rude e orgogliosa di Marco Bollesan e Ambrogio Bona. E Rocco calciava, avrebbe cantato il conterraneo Rino Gaetano, e calciava la palla. Come quella volta a Johannesburg nel 1973, quando segnò ben tre drop in una sola partita. Contro il Sudafrica? Macché, contro la rappresentativa bantu del Transvaal, e perdendo pure, ma ci si divertiva lo stesso. Perché all’epoca questo passava il convento.

Il gran mancino di Rocco Caligiuri

Il pallone ovale, con lui, finiva lontano o tra i pali, alla bisogna. E vedere oggi certi calci di allontanamento spegnersi modestamente appena qualche metro più avanti, con guadagno di terreno pressoché nullo, fa rimpiangere ancor di più la “bombarda” mancina di Rocco Caligiuri.

Ne sa qualcosa Diego Dominguez, l’ultimo e forse unico vero mediano d’apertura azzurro di alto livello nella storia. Che fu pure socio di Caligiuri quando, a carriera finita, l’uomo dalla grande vis pedatoria aprì ristoranti a catena nella capitale. D’altronde, il terzo tempo, di fronte a un boccale di birra, è parte integrante di ogni partita di rugby.

Rocco Caligiuri ci ha lasciato nel 2013. Pochi mesi dopo la cerimonia all’Olimpico, in occasione di Italia-Francia (con vittoria!), in cui ricevette i caps, cioè i cappellini simbolo delle presenze in Nazionale, insieme ad altri 399 ex azzurri. Ormai in sedia a rotelle e senza più la sua prodigiosa gamba sinistra, amputata per problemi circolatori. Le beffe della vita: quel piede che gli aveva dato tutto, non funzionava più. Rocco scherzò con i medici: “Dotto’, ma quella gamba ha segnato tre drop ai sudafricani, non possiamo tagliare l’altra?“.

Foto in alto: la Nazionale italiana di rugby nel 1973. Caligiuri è il terzo accosciato da sinistra
© Onrugby.it – dall’archivio personale di Paolo Paoletti – courtesy NPR-Non Professional Rugby.it